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In morte di Nils Liedholm

di Gianni Mura
(La Repubblica, 6 novembre 2007)

Quelli del Gre-No-Li sono spariti in ordine di sigla. A 71 anni Gren, il Professore, mentre leggeva un libro, sulla poltrona di casa. A 74 Nordahl il Pompierone, mentre era in vacanza ad Alghero. A 85 Liedholm, il Barone, dopo una lunga malattia che l'aveva costretto su una carrozzella. Fino a che le gambe l'hanno retto, ha insegnato calcio ai due nipotini, uno milanista e l'altro romanista. Nel giardino della villa di Cuccaro chiamava i numeri e i ragazzini li disegnavano col pallone. La sua preoccupazione era di insegnare la tecnica, prima che un allenatore innamorato dei due tocchi e via mandasse in soffitta pure quella. 

Non è stato soprannominato Barone per caso, questo svedese innamorato dell'Italia e dei suoi vini (lui che in Svezia era testimonial della Lega antialcolica). Ma quando si toccava questo tasto, raccontava che era stato su consiglio del medico del Milan, quando ancora viveva in una pensioncina di via Porpora. «Mi trovava pallido, mi ha raccomandato di bere un bicchiere a pasto. Ma non di un vino qualunque: di Barolo». Il Barone aveva sposato una vera contessa, Maria Lucia Gabotto di San Giovanni, nel 1968, ed erano una bellissima coppia, com'era bello andarli a trovare a Villa Boemia e vedere Nils nel suo altro mondo. Indicava le vigne più vocate, stappava il vino, chiedeva un parere. Si parlava anche di calcio, il suo altro mondo.

Nessuno è immortale, ma è molto triste pensare che se n'è andato Liedholm, un uomo che sembrava d'altri tempi quando ancora allenava. Da giocatore, poi, non parliamone: 12 campionati senza un'ammonizione. E questa fissazione della lealtà, della correttezza, del calciatore che è bravo quando toglie il pallone all'avversario senza fare fallo. E questa passione per il calcio che lo portava a essere, oggi possiamo dirlo, un maestro vero. Non uno che si diverte con le lavagnette, ma uno che sta mezz'ora in più sul campo per migliorare il piede sinistro di un giocatore, i cross da destra di un altro. Del maestro aveva la cultura e l'umiltà, che a volte mascherava con le battute (aveva un forte senso dell' umorismo, Nils). Del maestro aveva il carisma, anche se una carriera mostruosa (per rendimento, per longevità) come la sua non la faceva pesare. Non si ricorda un suo scatto d'ira, un gesto scomposto, una voce alzata, una polemica volgare. Per questo era il Barone e per questo sembrava fuoritempo. 

E per questo, una volta tanto (ma Nils merita questo e altro), le parole di chi lo ricorda suonano tutte sincere. Perché Liedholm, come più tardi Facchetti, è stato un gentiluomo autentico, e adesso che è morto ci rendiamo conto di quanto ha rappresentato (discretamente ma tenacemente) la sua presenza in un mondo come quello del calcio, sempre più isterico, deteriorato e incanaglito. 

Jocatore esesionale, Nils. Ma anche persona eccezionale, con l'unico vezzo di parlare italiano, dopo più di mezzo secolo in Italia, come il secondo anno a Milano. Raccontava cose difficilmente controllabili, a volte. Di quel giorno a Palermo che Nordahl segnò nel sette, il pallone s' incastrò e per toglierlo dalla rete dovettero issare il portiere che, sudando e sbuffando, lo disincagliò. 

Quasi tutti a Valdemarsvik, il suo paese sul mare, entravano a lavorare in una conceria che era la più importante della Scandinavia. Lui, diploma da ragioniere, sognava di fare l'agricoltore. Quando lo ingaggiò il Milan disse a suo padre: «Stai tranquillo, un anno, massimo due, e torno». 

Quando tornava al paese, i vecchi amici organizzavano cene di benvenuto a base di surstroemming, aringhe fermentate al sole in barile e quando allenava a Roma pensava fosse la versione nordica del "garum". Altro piatto prelibato («ma non tutti i jorni lo trovi») la narice d'alce. 

Per quest'uomo dritto e chiaro come una betulla, per quest'uomo che ci ha riempito tante domeniche con la sua classe, per quest'allenatore-allevatore di uomini, scatteranno gli applausi ma sarebbe più gradito (da lui, ne sono certo) un profondo e serio silenzio. Gli sia lieve la terra delle sue colline. Dicono ci sia nato Cristoforo Colombo, a Cuccaro. E' come se le colline avessero un moto ondoso. Si viene e si va. Addio dunque, Nils, è stato bello averti conosciuto, te lo dice con affetto uno dei tantissimi a cui hai insegnato qualcosa, magari senza averne l'aria. Che è il modo migliore. Perché maestri si nasce, e maestri si muore.

Nils Liedholm

"Il possesso di palla è fondamentale: se tieni il pallone per 90 minuti, sei sicuro che l’avversario non segnerà mai un gol"


Nils Erik Liedholm (Valdemarsvik, 8 ottobre 1922 – Cuccaro Monferrato, 5 novembre 2007)
Wikipedia: italiano | Profili: Enciclopedia dello Sport - Storie di calcio - Maglia rossonera - These Football Times  
Gallery | Carriera internazionale

"Con quella maschera alla Buster Keaton e quell'italiano sussurrato che nemmeno dopo cinquant'anni e passa di residenza contemplava i verbi ausiliari e certe consonanti: loro abastansa bene; noi jocato melio. Un signore prima che un campione. Un educatore prima che un allenatore.  Due scudetti da allenatore, Milan e Roma. Il primo nel '79, con un gioco offensivo imperniato su di un unico attaccante, Chiodi, la cui caratteristica principale era quella di non segnare mai. Il secondo nell'83, con il povero Di Bartolomei finto libero supportato dalla velocità di Vierchowod. Fu allora che Boniperti provò a chiamarlo alla Juventus: per sentirsi rispondere, grazie presidente, ma sarebbe tropo fascile".
In mortem: Gigi Garanzini (Il Sole24Ore)

Carlo nel Gotha

26 maggio 2014

Con la conquista della Champions League 2014 Carlo Ancelotti è meritatamente il personaggio calcistico di cui più si parla, soprattutto in Italia, in queste ore. Prevale, da noi, un comprensibile orgoglio provinciale a causa del declino repentino e profondo del nostro calcio a livello internazionale, e ci si aggrappa a "Carletto nostro" per illuderci di essere ancora grandi. Lo siamo stati, anche in un recente passato, e Ancelotti è proprio un testimone di quella tradizione.

24 maggio 1989, Camp Nou, Barcellona
La prima coppa
Media e social network sciorinano in queste ore anche palmarès e statistiche [vedi]. Il commento dell'interessato ne riassume la persona: "Non è che questi numeri ti garantiscono il futuro. Quando comincia la prossima stagione se perdi due partite sei già un pirla. Quindi stiamo tranquilli" [vedi]. Ma la questione è molto semplice. Con la vittoria di Lisbona Carlo si è consacrato probabilmente come il più grande allenatore di questo inizio secolo. Negli ultimi 12 anni ha vinto una CL su quattro. Negli ultimi dieci ha vinto campionati, e coppe varie, in Italia, in Inghilterra, in Francia e, a breve (la Liga), anche in Spagna. Nessuno altro può vantare una carriera analoga, vincente e di livello altissimo: Milan, Chelsea, PSG, Real Madrid. A soli 55 anni.

I confronti con Miguel Muñoz e Bob Paisley sono inevitabili. Ma anche rispetto ai venerabili santoni del secolo scorso sono almeno un paio le differenze: Muñoz e Paisley sono "monocolori", avendo vinto solo con Real e Liverpool, mentre Carlo ha vinto in quattro paesi diversi finora; e se Muñoz ha vinto come Ancelotti anche due Coppe dei campioni da giocatore, Carlo ne può vantare una in più complessivamente e soprattutto su un arco temporale molto più lungo: un quarto di secolo, dal 1989 al 2014 (vale a dire in almeno un paio di ere calcistiche), rispetto al decennio 1956-1966 dello spagnolo.

Anche rispetto agli altri giocatori che hanno poi vinto anche da allenatori la coppa dalle grandi orecchie Carlo si erge di uno o due gradi: su Johan Cruijff (Ajax 1971, 1972, 1973 e poi da coach 1992 col Barcellona) e su Frank Rijkaard (tre da giocatore - Milan 1989 e 1990 e Ajax 1995 - e una da tecnico col Barcellona nel 2006); su Giovanni Trapattoni (1963 e 1969 col Milan in campo e 1985 con la Juventus in panchina) e su Pep Guardiola (1992 in campo, 2009 e 2011 alla guida del Barcellona).

15 maggio 2010, Wembley Stadium, Londra
Tra i 29 titoli non poteva mancare
la prestigiosissima FA Cup
Appartengono a questo Gotha di grandissimi figli di Eupalla anche Franz Beckenbauer, che ha vinto anche campionati mondiali sul campo e in panchina, Mário Zagallo, il più titolato giocatore e allenatore del Sudamerica, Jupp Heynckes, campione del mondo ed europeo sul campo e detentore di due CL con squadre diverse (Real 1998 e Bayern 2013), e Vicente Del Bosque, che da giocatore ha vinto "solo" 5 campionati e 4 coppe del Rey ma che da tecnico vanta un pedigree impressionante (con, tra le altre, due CL, un Mondiale e un Europeo). Non hanno vinto nulla di significativo da giocatori ma vantano un palmarès che li erge di diritto all'empireo anche Alex Ferguson (che ha conquistato trofei internazionali anche con l'Aberdeen prima del suo lungo regno mancuniano), e Marcello Lippi, Carlos Alberto Parreira e Luiz Felipe Scolari (che hanno vinto, tutti e tre, titoli mondiali, continentali e internazionali).

Tutti gli altri stanno comunque una buona spanna sotto al Gotha, per limitarsi agli allenatori (europei) ancora attivi, e vincitori di Champions [vedi in maggiore dettaglio]: da Rafa Benítez (cinque titoli internazionali con 4 squadre diverse tra 2004 e 2013) a Louis van Gaal (cinque, di cui una sola CL, concentrati ormai tra 1992 e 1997), da José Mourinho (tre soli titoli internazionali, ma due CL con due squadre diverse) a Fabio Capello (due, ormai nel 1994), da Ottmar Hitzfeld (2 CL, tra 1997 e 2001, con due squadre diverse) a Roberto di Matteo (che è l'eccezione che conferma la regola). Di questi solo Capello può vantare qualche titolo significativo (nazionale) da giocatore. Più sotto ancora stanno gli altri: a Diego Simeone manca ormai solo la laurea in CL; altri sono in attesa di vincere qualcosa in Europa come Jürgen Klopp, Roberto Mancini, Laurent Blanc e Antonio Conte. Altri sono forse (Manuel Pellegrini) o decisamente (Arsène Wenger) sopravvalutati.

La declinazione del Gotha è ovviamente perfettibile, ed esclude in questa sede i grandi del Novecento: da Chapman a Pozzo, da Sebes a Guttmann, da Herrera a Busby, da Hogan a Rocco, da Schoen a Bearzot, da Maslov a Lobanovs'kyj, da Michels a Sacchi, per indicare solo quelli che, tra i primi, soccorrono alla mente. Ci torneremo sopra. Ma quel che volevamo significare è che il 24 maggio 2014 Carlo Ancelotti vi ha apposto il suo sigillo definitivo ai piani più alti. Compiuta l'esperienza madrilena - che non potrà essere lunghissima, per le turbolenza ambientali - gli mancherebbero solo la Bundesliga e la Nazionale. A quest'ultima aspira, legittimamente. E sarà certamente sua, dopo il 2018 o magari già dopo il 2016.

24 maggio (ancora una volta) 2014, Estadio Da Luz, Lisbona
Ormai è appesantito ma il trionfo da parte dei suoi giocatori è sentito
Resterebbe da dire della sua idea di gioco. Che ha attinto in origine ai suoi due maestri dichiarati - Nils Liedholm (zona e possesso) e Arrigo Sacchi (pressing e compattezza) - ma che poi ha fatto della duttilità (dall'iniziale 4-4-2 all'"albero di Natale") la sua vera cifra, come è nella natura della persona, pragmatica e affabile. Il capolavoro della carriera lo ha compiuto probabilmente proprio quest'anno con il Real Madrid: ha risollevato un ambiente dalle macerie lasciate dal predecessore plasmando il gioco sulle caratteristiche e sulle qualità dei giocatori, in un quotidiano lavoro di campo, mettendo insieme tante individualità in un coerente progetto di squadra. Che, bene inteso, è ancora in divenire e non è detto che possa compiersi del tutto, dal momento che il presidente del Real è un megalomane collezionista di figurine più che uno strategico costruttore di progetti. Ma anche in questo Ancelotti si è dimostrato un maestro. A differenza del predecessore, che proprio a Madrid ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità.

Azor

In morte di Nils Liedholm

Gianni Mura
Addio a Nils Liedholm, il barone del calcio
(La Repubblica, 6 novembre 2007)

Queli del Gre-No-Li sono spariti in ordine di sigla. A 71 anni Gren, il Professore, mentre leggeva un libro, sulla poltrona di casa. A 74 Nordahl il Pompierone, mentre era in vacanza ad Alghero. A 85 Liedholm, il Barone, dopo una lunga malattia che l'aveva costretto su una carrozzella. Fino a che le gambe l'hanno retto, ha insegnato calcio ai due nipotini, uno milanista e l'altro romanista. Nel giardino della villa di Cuccaro chiamava i numeri e i ragazzini li disegnavano col pallone. La sua preoccupazione era di insegnare la tecnica, prima che un allenatore innamorato dei due tocchi e via mandasse in soffitta pure quella. Non è stato soprannominato Barone per caso, questo svedese innamorato dell'Italia e dei suoi vini (lui che in Svezia era testimonial della Lega antialcolica). Ma quando si toccava questo tasto, raccontava che era stato su consiglio del medico del Milan, quando ancora viveva in una pensioncina di via Porpora. "Mi trovava pallido, mi ha raccomandato di bere un bicchiere a pasto. Ma non di un vino qualunque: di Barolo". Il Barone aveva sposato una vera contessa, Maria Lucia Gabotto di San Giovanni, nel 1968, ed erano una bellissima coppia, com'era bello andarli a trovare a Villa Boemia e vedere Nils nel suo altro mondo. Indicava le vigne più vocate, stappava il vino, chiedeva un parere. Si parlava anche di calcio, il suo altro mondo. Nessuno è immortale, ma è molto triste pensare che se n'è andato Liedholm, un uomo che sembrava d'altri tempi quando ancora allenava. Da giocatore, poi, non parliamone: 12 campionati senza un'ammonizione. E questa fissazione della lealtà, della correttezza, del calciatore che è bravo quando toglie il pallone all'avversario senza fare fallo. E questa passione per il calcio che lo portava a essere, oggi possiamo dirlo, un maestro vero. Non uno che si diverte con le lavagnette, ma uno che sta mezz'ora in più sul campo per migliorare il piede sinistro di un giocatore, i cross da destra di un altro. Del maestro aveva la cultura e l'umiltà, che a volte mascherava con le battute (aveva un forte senso dell'umorismo, Nils). Del maestro aveva il carisma, anche se una carriera mostruosa (per rendimento, per longevità) come la sua non la faceva pesare. Non si ricorda un suo scatto d'ira, un gesto scomposto, una voce alzata, una polemica volgare. Per questo era il Barone e per questo sembrava fuoritempo. E per questo, una volta tanto (ma Nils merita questo e altro), le parole di chi lo ricorda suonano tutte sincere. Perché Liedholm, come più tardi Facchetti, è stato un gentiluomo autentico, e adesso che è morto ci rendiamo conto di quanto ha rappresentato (discretamente ma tenacemente) la sua presenza in un mondo come quello del calcio, sempre più isterico, deteriorato e incanaglito. Jocatore esesionale, Nils. Ma anche persona eccezionale, con l'unico vezzo di parlare italiano, dopo più di mezzo secolo in Italia, come il secondo anno a Milano. Raccontava cose difficilmente controllabili, a volte. Di quel giorno a Palermo che Nordahl segnò nel sette, il pallone s'incastrò e per toglierlo dalla rete dovettero issare il portiere che, sudando e sbuffando, lo disincagliò.
Quasi tutti a Valdemarsvik, il suo paese sul mare, entravano a lavorare in una conceria che era la più importante della Scandinavia. Lui, diploma da ragioniere, sognava di fare l'agricoltore. Quando lo ingaggiò il Milan disse a suo padre: "Stai tranquillo, un anno, massimo due, e torno". Quando tornava al paese, i vecchi amici organizzavano cene di benvenuto a base di surstroemming, aringhe fermentate al sole in barile e quando allenava a Roma pensava fosse la versione nordica del "garum" . Altro piatto prelibato ("ma non tutti i jorni lo trovi") la narice d' alce.
Per quest'uomo dritto e chiaro come una betulla, per quest'uomo che ci ha riempito tante domeniche con la sua classe, per quest'allenatore-allevatore di uomini, scatteranno gli applausi ma sarebbe più gradito (da lui, ne sono certo) un profondo e serio silenzio. Gli sia lieve la terra delle sue colline. Dicono ci sia nato Cristoforo Colombo, a Cuccaro. E' come se le colline avessero un moto ondoso. Si viene e si va. Addio dunque, Nils, è stato bello averti conosciuto, te lo dice con affetto uno dei tantissimi a cui hai insegnato qualcosa, magari senza averne l'aria. Che è il modo migliore. Perché maestri si nasce, e maestri si muore.