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Gli allenatori più vincenti della storia del FC Barcelona

Se prendiamo in considerazione gli allenatori blaugrana che, dal secondo dopoguerra, abbiano vinto almeno 4 trofei si selezionano sei santoni, che hanno collezionato complessivamente 47 degli 81 titoli della gloriosa storia del club catalano. Cinque sono noti al grande pubblico. In ordine d'apparizione: Helenio Herrera, Johan Cruyff, Louis van Gaal, Frank Rijkaard e Josep Guardiola. Meno noto, se non agli appassionati, è invece il più risalente nel tempo, Ferdinand Daučík.

Il Pep, la Pulce e le coppe
Il club ha ingaggiato finora 16 allenatori catalani, ma solo uno si è distinto nel novero ristretto dei più vincenti: Guardiola, che è il più titolato in assoluto, con 14 trofei in sole quattro, memorabili, stagioni (2008-2012): tre Ligas (2009-2011), due Champions (2009 e 2011), due Copas del Rey (2009 e 2012), due Coppe del mondo per club (2009 e 2011), due Supercoppe UEFA (2009 e 2011) e tre Supercopas de España (2009 e 2011), con l'impressionante 2009 dei sei trofei. Il Pep è anche l'unico blaugrana ad aver vinto la Champions da giocatore e da allenatore. Anche Cruyff e Rijkaard, tra gli allenatori culés, vantano lo stesso primato, ma con altre maglie da giocatori.

Tra gli stranieri è significativo il ruolo degli olandesi: quattro ne ha avuti il club, tutti vincenti. L'antenato fu Rinus Michels, il grande maestro del Totaalvoetbal che, pur avendo diretto 264 partite (3° in assoluto) in due riprese (dal 1971 al 1975 e dal 1976 al 1978), non ha vinto che due soli trofei (la Liga del 1974 e la Copa del Rey nel 1978), gettando però i semi della perdurante e ormai quarantennale identità di gioco offensivo del Barça. A raccoglierne l'eredità fu Johan Cruyff, l'allenatore con più panchine, 430 in 8 stagioni dal 1988 al 1996, passate alla storia come quelle del "dream team", e 11 titoli in bacheca - la prima grande striscia di vittorie nella storia del Barcelona: quattro edizioni consecutive della Liga (1991-1994), la prima Coppa dei Campioni del club (1992), una Coppa delle Coppe (1989), una Copa del Rey (1990), tre Supercopas de España (1991, 1992, 1994) e una Supercoppa UEFA (nel memorabile 1992). Per quattro stagioni (1997-2000 e 2002-2003) fu poi la volta di Louis van Gaal - anch'egli proveniente, come Michels e Cruyff, dalla panchina dell'Ajax - di portare avanti l'idea di gioco totale, vincendo due campionati (1998 e 1999), una Copa del Rey (1998) e una Supercoppa UEFA (1997). L'ultimo allenatore, per il momento, della filiera olandese è stato Frank Rijkaard (il secondo per numero di panchine: 273) che i tifosi culés venerano come l'allenatore che ha riconquistato la Champions (nel 2006) e che per primo ha espugnato due volte il "Santiago Bernabéu".

Parentele pedatorie: il suocero Ferdinand Daučík (centro) e il genero
Ladislao Kubala (destra). Jiri Hanke (sinistra) si fa solo fotografare con loro
Gli altri santoni stranieri più vincenti sono stati invece lo slovacco Ferdinand Daučík e l'argentino-francese Helenio Herrera. Il primo, espatriato fortunosamente, fu ingaggiato contemporaneamente al genero Ladislao Kubala nell'estate del 1950: in quattro stagioni collezionò 150 panchine, portando il Barcellona alla prima serie vincente, con due Ligas (1952 e 1953), tre Copas del Generalísimo (coppe di Spagna: 1951-1953), due Copas "Eva Duarte" (l'equivalente delle Supercoppe attuali: 1952 e 1953) e la Coppa Latina (la progenitrice della Coppa dei campioni: nel 1952). Secondo alcuni, dopo la tragica scomparsa del Grande Torino, quel Barcellona fu la squadra di club europea più forte dei primi anni 1950s. Herrera, invece, allenatore del Barcellona per quattro stagioni a distanza di tempo (1958-1960 e 1979-1981), vinse dapprima due Ligas (1959 e 1960), una Coppa di Spagna (1959) e la prima edizione della Coppa delle Fiere (1958), e poi una Copa del Rey nel 1981. Fu lui a spezzare il dominio del grande Real degli anni 1950s e 1960s.

Il taccuino di Gusztáv

Le annotazioni sui singoli giocatori della nazionale inglese
Con qualche enfasi, il portavoce della Puskás Ferenc Labdarúgó Akadémia di Felcsút, Gyorgy Szollosi, ha annunciato nel giorno del 60° anniversario del Match of the century [vedi] l'acquisizione, da un collezionista privato, del taccuino con gli appunti tattici di preparazione della partita contro gli inglesi stesi dal commissario tecnico dell'Aranycsapat, Gusztáv Sebes: "If soccer was fine art, this would be like finding an unknown painting by Leonardo Da Vinci" [vedi].

L'enfasi è forse un filo esagerata, ma il documento è davvero di straordinario rilievo. In realtà la notizia è vecchia: l'Accademia Puskás l'aveva già annunciata un anno fa, indicando il taccuino - la cui esistenza era peraltro nota (ne parla anche Jonathan Wilson in Inverting the pyramid, del 2008, a p. 92) - come una "lélegzetelállító relik" (una "reliquia mozzafiato") [vedi]. Che di reliquia si tratti non c'è dubbio alcuno. Per più motivi. Il giornalismo senza memoria ha esaltato come una innovazione clamorosa il "libro mastro" che José Mourinho scrive da anni annotandovi riflessioni e appunti sulle partite viste, su quelle da preparare e su quelle giocate. In realtà già di Helenio Herrera si era celebrata, al tempo, come base del suo sciamanesimo, la stesura di quaderni di appunti fittissimi, ora parzialmente editi [vedi]. Adesso si "scopre" che anche Gusztáv Sebes annotava appunti e riflessioni. Più semplicemente, i grandi allenatori del passato hanno usato tutti, chi più chi meno, la scrittura come esercizio di riflessione e come strumento di memoria.

25 novembre 1953, Empire Stadium, Wembley
La panchina della nazionale ungherese: Gusztáv Sebes è l'unico col cappello
Viene da chiedersi se lo abbia fatto anche sir Walter Winterbottom, l'allenatore dei Leoni inglesi nell'epoca del tramonto della loro aura di maestri. Comprensibilmente Jonathan Wilson prova a distribuire anche sui giocatori che Winterbottom ebbe a disposizione, sui loro limiti tecnici e sull'età avanzata di molti (a cominciare da Stanley Matthews), la responsabilità del declino che si manifestò clamorosamente tra il 1950 (eliminazione dal Mondiale, al primo turno, per piede degli USA) e il 1953-1954 (abissali sconfitte dai Mighty Magyars) [vedi]. La testimonianza di Gianni Brera mostra però come l'allenatore degli inglesi preparò il test match contro la nazionale ungherese - che arrivava a Londra fresca di alloro olimpico e forte di una striscia lunghissima di imbattibilità - sottovalutando (e forse nemmeno conoscendo) le caratteristiche tattiche e tecniche degli avversari.

Come ricordò Mario Fossati nel commemorare su "La Repubblica" la morte di Nandor Hidegkuti nel 2002, la vigilia della partita Brera aveva incontrato Winterbottom, insieme con il corrispondente della "Gazzetta dello Sport", Carlo Ricono: "Brera chiese, dunque, a Winterbottom come intendesse fronteggiare il modulo ungherese, detto ad M. L'intervista di Gianni ha fatto storia. Brera: «Signor Winterbottom, manderà lo stopper centrale dietro al finto centravanti Hidegkuti? Marcherà, i due reali centravanti Puskas e Kocsis coi due mediani centrocampisti?». Winterbottom: «Il nostro stopper seguirà Hidegkuti fin quando lo riterrà opportuno». Domani, disse Brera a Ricono, gli inglesi ne buscheranno sei. Brera titolò, in merito, sul giornale. L'indomani, calcio d'avvio a Wembley: «Hidegkuti fa rotolare la palla a Puskas: il "colonnello" gliela ridà e scatta in linea con Kocsis. Le ali ungheresi si tengono in linea di conserva. Lo stopper inglese viene avanti per incontrare Hidegkuti: ma questi è troppo arretrato: allora fa "backpedalling": avanza intanto Hidegkuti lasciando capire che da un istante all'altro rifinirà per qualcuno. Lo stopper inglese aspetta con tutti i compagni del reparto arretrato. Hidegkuti arriva a sei-sette metri dal limite e spara un destro né molle né ciclopico: la palla vola ingannevole fino all'angolino alto alla destra del portiere e spiove in rete. Sono trascorsi 25 secondi: ho dunque impiegato più tempo io a raccontare questa squisitezza!»" [vedi].

La copertina del taccuino di Sebes
Che gli inglesi, a cominciare dai giocatori e dal loro tecnico, avessero affrontato il match con l'abituale superiority complex è confermato da qualche ulteriore dettaglio. Incrociato durante il riscaldamento prima della partita nei corridoi dell'Empire Stadium Ferenc Puskás, pare che un giocatore inglese riferì agli altri, al ritorno nello spogliatoio, che tra gli avversari giocava anche un "fat little chap", un "tappo cicciottello" (certo dall'addome protruso, ma che proprio grazie al suo baricentro basso segnò il terzo gol dei magiari con un capolavoro memorabile [vedi]). Il capitano Billy Wright entrò in campo sfoderando un ghigno destinato a trasformarsi, a fine partita, "in una smorfia di dolore e di abbattimento che faceva compassione" (come scrisse l'inviato de "L'Unità" [vedi]). Lo stesso Wright fece notare ai compagni di squadra le scarpe dal collo basso calzate dagli avversari, ritenendole inadeguate, rispetto alle proprie, al pitch pesante di Wembley. Anni dopo ammise che "we completely underestimated the advances that Hungary had made, and not only tactically. When we walked out at Wembley that afternoon, side by side with the visiting team, I looked down and noticed that the Hungarians had on these strange, lightweight boots, cut away like slippers under the ankle bone. I turned to big Stan Mortensen and said, 'We should be alright here, Stan, they haven't got the proper kit' " [vedi].

Non si sa se Winterbottom si recò a vedere giocare l'Ungheria nelle amichevoli disputate a Vienna l'11 ottobre 1953 contro l'Austria (e vinta per 3:2), e a Budapest il 15 novembre 1953 contro la Svezia (un faticoso pareggio per 2:2). Sicuramente Gusztáv Sebes fu a Londra per vedere dal vivo il 21 ottobre 1953 la nazionale inglese giocare contro il Resto d'Europa un altro match di lusso, organizzato per celebrare il 90° anniversario della fondazione della Football Association: gli inglesi subirono il gioco di qualità di una formazione eterogenea, messa insieme all'ultima ora (nella quale figuravano Ernst Ocwirk, Giampiero Boniperti, Ladislav Kubala e Gunnar Nordahl), e rincorsero sempre il risultato, pareggiando infine (4:4) grazie a un rigore molto generosamente concesso dal compiacente referee gallese Mervyn Griffiths per non rovinare la festa e l'imbattibilità dei padroni di casa.

Il taccuino fu annotato da Sebes proprio nel periodo a cavallo di quella partita. I primi appunti risalgono a un paio di settimane prima. Sulla copertina del quadernuccio - simile a quelli scolastici, anche se a pagine bianche - probabilmente l'autore stesso ne appuntò, sotto il proprio nome, il contenuto sotto il titolo "Il piano tattico per la partita di Londra". Il taccuino è stato trascritto e parzialmente edito sul n° di novembre 2013 di "FourFourTwo" (edizione ungherese), ma non ancora tradotto in altre lingue (se mai lo sarà). Da quanto è filtrato nelle notizie di agenzia [vedi], possiamo però farcene un'idea precisa. Gli appunti di Sebes appaiono fondati quanto affilati. A giochi fatti, li fece poi propri anche la critica internazionale nei giorni successivi alla partita del 25 novembre 1953.

Le annotazioni per i giocatori della nazionale magiara
Sebes osservò come "gli inglesi giochino contro le squadre europee quasi allo stesso modo in cui lo facevano vent'anni fa": tendendo ad attaccare con i lanci lunghi e a difendere senza precisione. Più fine l'annotazione che, all'inizio delle partite, "l'Inghilterra non mostra paura e detta un gran ritmo, giocando con uno stile di passaggi corti", col risultato però che "con il ritmo alto e con la rete di passaggi, gli inglesi cominciano a stancarsi dopo circa mezz'ora". Sui singoli, le note sono impietose: "Alf Ramsey è lento, si stanca presto, ma colpisce bene la palla ed è bravo nei calci di punizione". Stanley Matthews? "Tecnicamente è il miglior inglese, ma niente di speciale. Gli piace dribblare verso l'esterno". Jackie Sewell, invece "è tarchiato e scarso" ...

All'epoca gli allenatori non disponevano di videoregistrazioni. Sebes preparò la partita facendo impersonare a giocatori del campionato ungherese i membri della squadra inglese, in modo che i nazionali magiari potessero immaginarseli dal vivo e non solo a parole. Due settimane prima della partita ordinò dei palloni inglesi, che erano più pesanti di quelli che si usavano abitualmente in Ungheria, in modo che i giocatori si abituassero a giocare con essi; utilizzò anche un campo di gioco d'allenamento delle stesse dimensioni di quello di Wembley. In breve, Gusztáv Sebes precorse la cura dei dettagli e i metodi di preparazione che ora sono il pane quotidiano anche degli allenatori delle serie inferiori. Allora, però, l'allenatore di Budapest era all'avanguardia non solo dal punto di vista delle idee di gioco. Nelle quali - come è noto - predicò un modello di "calcio socialista", dove ogni giocatore avesse lo stesso peso nella squadra e fosse capace di giocare in ogni posizione. "Giocavamo a calcio come Jimmy Hogan ci aveva insegnato" riconobbe sempre Sebes [vedi]. Chi voglia rivedere i filmati delle partite dell'Aranycsapat [vedi] potrà constatare la modernità del gioco di quella squadra. Antesignana del "calcio totale" sviluppato poi, generazione dopo generazione, da Rinus Michels, Arrigo Sacchi, Louis van Gaal e Josep Guardiola.

Azor

Pep Guardiola

"Guardiola ha fatto una cosa che non credevo possibile nel calcio contemporaneo: ha inventato qualcosa di nuovo" (Fabio Capello)


Josep Guardiola i Sala (Santpedor, 18 gennaio 1971)
Wikipedia: italiano - spagnolo | Profili: Treccani - So Foot | Guardian | Statistiche - Transfermarkt

Carlo nel Gotha

26 maggio 2014

Con la conquista della Champions League 2014 Carlo Ancelotti è meritatamente il personaggio calcistico di cui più si parla, soprattutto in Italia, in queste ore. Prevale, da noi, un comprensibile orgoglio provinciale a causa del declino repentino e profondo del nostro calcio a livello internazionale, e ci si aggrappa a "Carletto nostro" per illuderci di essere ancora grandi. Lo siamo stati, anche in un recente passato, e Ancelotti è proprio un testimone di quella tradizione.

24 maggio 1989, Camp Nou, Barcellona
La prima coppa
Media e social network sciorinano in queste ore anche palmarès e statistiche [vedi]. Il commento dell'interessato ne riassume la persona: "Non è che questi numeri ti garantiscono il futuro. Quando comincia la prossima stagione se perdi due partite sei già un pirla. Quindi stiamo tranquilli" [vedi]. Ma la questione è molto semplice. Con la vittoria di Lisbona Carlo si è consacrato probabilmente come il più grande allenatore di questo inizio secolo. Negli ultimi 12 anni ha vinto una CL su quattro. Negli ultimi dieci ha vinto campionati, e coppe varie, in Italia, in Inghilterra, in Francia e, a breve (la Liga), anche in Spagna. Nessuno altro può vantare una carriera analoga, vincente e di livello altissimo: Milan, Chelsea, PSG, Real Madrid. A soli 55 anni.

I confronti con Miguel Muñoz e Bob Paisley sono inevitabili. Ma anche rispetto ai venerabili santoni del secolo scorso sono almeno un paio le differenze: Muñoz e Paisley sono "monocolori", avendo vinto solo con Real e Liverpool, mentre Carlo ha vinto in quattro paesi diversi finora; e se Muñoz ha vinto come Ancelotti anche due Coppe dei campioni da giocatore, Carlo ne può vantare una in più complessivamente e soprattutto su un arco temporale molto più lungo: un quarto di secolo, dal 1989 al 2014 (vale a dire in almeno un paio di ere calcistiche), rispetto al decennio 1956-1966 dello spagnolo.

Anche rispetto agli altri giocatori che hanno poi vinto anche da allenatori la coppa dalle grandi orecchie Carlo si erge di uno o due gradi: su Johan Cruijff (Ajax 1971, 1972, 1973 e poi da coach 1992 col Barcellona) e su Frank Rijkaard (tre da giocatore - Milan 1989 e 1990 e Ajax 1995 - e una da tecnico col Barcellona nel 2006); su Giovanni Trapattoni (1963 e 1969 col Milan in campo e 1985 con la Juventus in panchina) e su Pep Guardiola (1992 in campo, 2009 e 2011 alla guida del Barcellona).

15 maggio 2010, Wembley Stadium, Londra
Tra i 29 titoli non poteva mancare
la prestigiosissima FA Cup
Appartengono a questo Gotha di grandissimi figli di Eupalla anche Franz Beckenbauer, che ha vinto anche campionati mondiali sul campo e in panchina, Mário Zagallo, il più titolato giocatore e allenatore del Sudamerica, Jupp Heynckes, campione del mondo ed europeo sul campo e detentore di due CL con squadre diverse (Real 1998 e Bayern 2013), e Vicente Del Bosque, che da giocatore ha vinto "solo" 5 campionati e 4 coppe del Rey ma che da tecnico vanta un pedigree impressionante (con, tra le altre, due CL, un Mondiale e un Europeo). Non hanno vinto nulla di significativo da giocatori ma vantano un palmarès che li erge di diritto all'empireo anche Alex Ferguson (che ha conquistato trofei internazionali anche con l'Aberdeen prima del suo lungo regno mancuniano), e Marcello Lippi, Carlos Alberto Parreira e Luiz Felipe Scolari (che hanno vinto, tutti e tre, titoli mondiali, continentali e internazionali).

Tutti gli altri stanno comunque una buona spanna sotto al Gotha, per limitarsi agli allenatori (europei) ancora attivi, e vincitori di Champions [vedi in maggiore dettaglio]: da Rafa Benítez (cinque titoli internazionali con 4 squadre diverse tra 2004 e 2013) a Louis van Gaal (cinque, di cui una sola CL, concentrati ormai tra 1992 e 1997), da José Mourinho (tre soli titoli internazionali, ma due CL con due squadre diverse) a Fabio Capello (due, ormai nel 1994), da Ottmar Hitzfeld (2 CL, tra 1997 e 2001, con due squadre diverse) a Roberto di Matteo (che è l'eccezione che conferma la regola). Di questi solo Capello può vantare qualche titolo significativo (nazionale) da giocatore. Più sotto ancora stanno gli altri: a Diego Simeone manca ormai solo la laurea in CL; altri sono in attesa di vincere qualcosa in Europa come Jürgen Klopp, Roberto Mancini, Laurent Blanc e Antonio Conte. Altri sono forse (Manuel Pellegrini) o decisamente (Arsène Wenger) sopravvalutati.

La declinazione del Gotha è ovviamente perfettibile, ed esclude in questa sede i grandi del Novecento: da Chapman a Pozzo, da Sebes a Guttmann, da Herrera a Busby, da Hogan a Rocco, da Schoen a Bearzot, da Maslov a Lobanovs'kyj, da Michels a Sacchi, per indicare solo quelli che, tra i primi, soccorrono alla mente. Ci torneremo sopra. Ma quel che volevamo significare è che il 24 maggio 2014 Carlo Ancelotti vi ha apposto il suo sigillo definitivo ai piani più alti. Compiuta l'esperienza madrilena - che non potrà essere lunghissima, per le turbolenza ambientali - gli mancherebbero solo la Bundesliga e la Nazionale. A quest'ultima aspira, legittimamente. E sarà certamente sua, dopo il 2018 o magari già dopo il 2016.

24 maggio (ancora una volta) 2014, Estadio Da Luz, Lisbona
Ormai è appesantito ma il trionfo da parte dei suoi giocatori è sentito
Resterebbe da dire della sua idea di gioco. Che ha attinto in origine ai suoi due maestri dichiarati - Nils Liedholm (zona e possesso) e Arrigo Sacchi (pressing e compattezza) - ma che poi ha fatto della duttilità (dall'iniziale 4-4-2 all'"albero di Natale") la sua vera cifra, come è nella natura della persona, pragmatica e affabile. Il capolavoro della carriera lo ha compiuto probabilmente proprio quest'anno con il Real Madrid: ha risollevato un ambiente dalle macerie lasciate dal predecessore plasmando il gioco sulle caratteristiche e sulle qualità dei giocatori, in un quotidiano lavoro di campo, mettendo insieme tante individualità in un coerente progetto di squadra. Che, bene inteso, è ancora in divenire e non è detto che possa compiersi del tutto, dal momento che il presidente del Real è un megalomane collezionista di figurine più che uno strategico costruttore di progetti. Ma anche in questo Ancelotti si è dimostrato un maestro. A differenza del predecessore, che proprio a Madrid ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità.

Azor

Pep vs Special One

I (finora 16) confronti diretti tra il Pep e The Special One

16 settembre 2009, CL: Inter - Barça 0:0
24 novembre 2009, CL: Barça - Inter 2:0
20 aprile 2010, CL: Inter - Barça 3:1
28 aprile 2010, CL: Barça - Inter 1:0

29 novembre 2010, Liga: Barça - Real 5:0 | Cineteca
17 aprile 2011, Liga: Real - Barça 1:1
20 aprile 2011, Copa del Rey: Real - Barça 1:0 dts | Cineteca
27 aprile 2011, CL: Real - Barça 0:2
3 maggio 2011, CL: Barça - Real 1:1

Josep Guardiola i Sala e José Mário dos Santos Mourinho Félix



14 agosto 2011, Supercopa: Real - Barça 2:2 | Cineteca
17 agosto 2011, Supercopa: Barça - Real 3:2 | Cineteca
10 dicembre 2011, Liga: Real - Barça 1:3
18 gennaio 2012, Copa del Rey: Real - Barça 1:2
25 gennaio 2012, Copa del Rey: Barça - Real 2:2
21 aprile 2012, Liga: Barça - Real 1:2

30 agosto 2013, Supercoppa UEFA: Bayern - Chelsea 2:2 (7:6 ai rigori)

Score provvisorio
Vittorie: Pep 7 / TSO 3
Pareggi: 6
Gol: Pep 28 / TSO 18

Vedi gli HL degli incontri tra Barça e Real

Vent'anni di Champions: i vincitori

11 maggio 2013

Tra gli anniversari che ricorrono nel 2013 è anche il ventennale della Champions League, la cui prima finale si tenne all'Olympiastadion di Monaco il 26 maggio 1993. Come è noto, la CL è l'erede diretta della Coppa dei Campioni, secondo un formato diverso: dapprima con due gruppi di qualificazione all'italiana di quattro squadre ciascuna al posto dei quarti di finale e delle semifinali; poi, dal 1994-1995, il varo di un nuovo format che riservava l'accesso ai soli 24 migliori campioni del continente, con una fase a gruppi in autunno e una ad eliminazione diretta in primavera; e infine, dal 1997-1998, con l'apertura non più solo ai campioni in carica ma ai migliori classificati dei principali campionati e l'adozione dei preliminari. Formula che, con qualche ritocco, è tuttora vigente.

La Coppa dei Campioni aveva indubbiamente un altro fascino, in senso etimologico (diverso, non migliore), ma anche la Champions League propone un calcio di grande emozione, come confermano le partite dei tornei degli ultimi anni. Forse solo le fasi finali (dai quarti in poi) di Mondiali ed Europei per nazioni arrivano ad eguagliarla. E' dunque, incontestabilmente, uno dei palcoscenici di vertice del calcio mondiale. Non solo le squadre e i loro campioni, ma anche gli allenatori che se la aggiudicano raggiungono l'empireo della consacrazione. Ha dunque un senso ripercorrere l'elenco dei vincitori degli ultimi vent'anni, per ragionare sul ghota europeo dei santoni in attività. In altra sede faremo lo stesso con i vincitori delle 37 edizioni della Coppa dei Campioni.

In attesa di conoscere chi sarà - tra Jupp Heynckes e Jürgen Klopp (si noti, è la prima volta che si confrontano due allenatori tedeschi) - il vincitore della 21a edizione, è possibile distinguere l'analisi in due decadi. Questo l'elenco:

2012: Roberto Di Matteo vs Jupp Heynckes | Chelsea-Bayern Monaco 1:1 ai rigori
2011: Josep Guardiola vs Alex Ferguson | Barcellona-Manchester United 3:1
2010: José Mourinho vs Louis van Gaal | Inter-Bayern Monaco 2:0
2009: Josep Guardiola vs Alex Ferguson | Barcellona-Manchester United 2:0
2008: Alex Ferguson vs Avram Grant | Manchester United-Chelsea 1:1, ai rigori
2007: Carlo Ancelotti vs Rafael Benítez | Milan-Liverpool 2:1
2006: Frank Rijkaard vs Arsène Wenger | Barcellona-Arsenal 2:1
2005: Rafael Benítez vs Carlo Ancelotti | Milan-Liverpool 3:3, ai rigori
2004: José Mourinho vs Didier Deschamps | Porto-Monaco 3:0
2003: Carlo Ancelotti vs Marcello Lippi | Milan-Juventus 0:0, ai rigori

2002: Vicente Del Bosque vs Klaus Toppmöller | Real Madrid-Bayer Leverkusen 2:1
2001: Ottmar Hitzfeld vs Héctor Cúper | Bayern Monaco-Valencia 1:1, ai rigori
2000: Vicente Del Bosque vs Héctor Cúper | Real Madrid-Valencia 3:0
1999: Alex Ferguson vs Ottmar Hitzfeld | Manchester United-Bayern Monaco 2:1
1998: Jupp Heynckes vs Marcello Lippi | Real Madrid-Juventus 1:0
1997: Ottmar Hitzfeld vs Marcello Lippi | Borussia Dortmund-Juventus 3:1
1996: Marcello Lippi vs Louis van Gaal | Juventus-Ajax 1:1, ai rigori
1995: Louis van Gaal vs Fabio Capello | Ajax-Milan 1:0
1994: Fabio Capello vs Johan Cruijff | Milan-Barcellona 4:0
1993: Raymond Goethals vs Fabio Capello | Olympique Marsiglia-Milan 1:0

Le finali sono 20, e dunque 40 le panchine. Ma gli allenatori che vi si sono seduti sono solo 20: una ristretta élite (nella quale ora si affaccia anche Klopp).

Il primo vincitore della Champions League: Raymond Goethals
Due terzi di loro (13) hanno partecipato a più di una finale. Un terzo quelli che se ne sono "giocata" una sola: tre l'hanno vinta (Rijkaard e Di Matteo, e Goethals, che però aveva perso una CdC nel 1991), quattro no (Toppmöller, Deschamps, Wenger, Grant). Sfortunato (o meno abile) Cúper: 2 partecipazioni e 2 sconfitte.

Tra chi vanta due partecipazioni, Benitez ha perso una finale, mentre gli altri hanno fatto doppietta (Del Bosque, Mourinho e Guardiola). Heynkes ha ormai tre partecipazioni (se contiamo quella a venire del 2013), ma ha finora lo stesso score di Benitez: 1 vinta e 1 persa. Nessuno degli allenatori con tre finali nel paniere le ha però vinte tutte: due Hitzfeld e Ancelotti; una sola invece Capello e Van Gaal. I satrapi, con quattro finali sono solo Lippi e Ferguson, ma sir Alex ne ha vinte due, mentre Lippi una sola (ai rigori, ed è l'allenatore che ne ha perse più di tutti).

Ad aver vinto due coppe con squadre diverse sono Hitzfeld (che ha però 3 finali in bacheca) e Mourinho; mentre Ferguson (4 finali), Ancelotti (3), Del Bosque e Guardiola hanno fatto doppietta con la stessa squadra. Una sola vittoria annoverano Goethals, Capello, van Gaal, Lippi, Heynckes, Benítez, Rijkaard e Di Matteo. Va detto che Cruijff, finalista una volta, aveva vinto la CdC nel 1992, così come, tra gli allenatori ancora in attività, l'hanno vinta una volta anche Giovanni Trapattoni nel 1985 e Guus Hiddink nel 1988. Come è finora accaduto per le squadre, nessun allenatore ha mai vinto consecutivamente due volte la coppa.

Se si osserva con attenzione la tabella si individuano dei cicli brevi - Capello 1993-1995, Cúper 2000-2001, Del Bosque 2000-2002, Benitez 2005-2007, Guardiola 2009-2011 -, dei cicli di durata intermedia - Lippi 1996-2003, Hitzfeld 1997-2001, Mourinho 2004-2010, Ancelotti 2003-2007 -, e dei compassi temporali lunghi: van Gaal 1995-2010, Heynkes 1998-2013 e Ferguson 1999-2011.

Si può anche rilevare come alcuni allenatori vincenti della prima decade siano poi diventati anche campioni del mondo con le rispettive nazionali - come Lippi e Del Bosque - o siano comunque passati ad allenarle, come Capello e van Gaal. Vedremo chi tra gli allenatori della seconda decade sarà capace di compiere anche questo passaggio di scala: Mourinho? Guardiola? Ancelotti?

Sir Alex Ferguson - il più bravo di tutti - la sera del "Football, bloody hell"
Difficile dire chi sia stato il migliore allenatore dei primi vent'anni di Champions. Si distingue comunque un'élite più ristretta di una decina di santoni. Se attribuissimo 2,5 punti alla vittoria, 2 a quella ai rigori, 1,5 alla sconfitta ai rigori e 1 al semplice approdo alla finale, questa sarebbe la classifica - non dei migliori ma dei più bravi in questo contesto: Ferguson 6,5, Ancelotti 6, Hitzfeld e Lippi 5,5, Del Bosque, Mourinho, Guardiola e Van Gaal 5, Capello 4,5. Computando anche la prossima finale (2013) Heynkes ha già 5 punti virtuali e 6,5 potenziali: e dunque può raggiungere al top sir Alex. Tre italiani, due spagnoli, due tedeschi, uno scozzese, un portoghese e un olandese. Questo il gotha. Da cui manca - forse non per caso - un manager inglese.

Perché Mourinho non fu ingaggiato dal Barcellona

E perché non lo è stato nemmeno dal Manchester City e probabilmente non lo sarà neanche dal Manchester United

E' curioso come la stampa e i siti italiani che si occupano di calcio non abbiano finora attinto a quanto è stato ricostruito dal giornalista Graham Hunter nel libro Barça. The making of the greatest team in the world [BackPage Press, 2012 | estratto | full text (vedi alle pp. 159-162) | intervista], e confermato in quello dell'ex vice presidente del Barcellona Ferran Soriano, Goal. The ball doesn't go in by chance: management ideas from the world of football [Palgrave Macmillan, 2011 | anteprima (vedi a p. 132)], a proposito del mancato ingaggio di José Mourinho da parte del Barcellona nell'inverno del 2008.

Schmittiani: José Mário dos Santos Mourinho Félix
Insoddisfatta dalla fallimentare stagione di Frank Rijkaard alla guida della squadra, la dirigenza del Barcellona decise di sondare la disponibilità di alcuni allenatori per la stagione successiva: Jupp Heynkes, Guus Hiddink, Laurent Blanc, José Mourinho e Pep Guardiola (che stava guidando il Barcelona B alla promozione in Segunda División). Mourinho - che era stato vice allenatore dei Blaugrana ai tempi di Bobby Robson (dal 1996) e di Louis van Gaal (dal 1997 al 2000), che gli aveva anche permesso di guidare la squadra nella finale della Copa Catalunya il 16 maggio 2000 e di vincere quindi il suo primo "titulo" - era stato esonerato dal Chelsea nell'autunno del 2007. Con lui fu organizzato un incontro molto discreto a Lisbona, dove, per il Barcellona, si recarono l'allora direttore sportivo Txiki Begiristain e il vice presidente Marc Ingla.

Mourinho aveva preparato una brillante presentazione powerpoint, in cui enumerò con la consueta sicurezza ciò che non andava bene nella squadra e ciò che egli avrebbe fatto una volta firmato il contratto. Soprattutto mostrò di ritenere che la dirigenza non conoscesse la chiave corretta per risolvere la situazione ("it appeared Mourinho believed that because Barça had gone awry, the directors didn’t know the correct way forward – only he did"), e propose la sua consolidata strategia di fermo controllo dello spogliatoio e di campagne acquisti guidate di persona ("Mourinho felt that his record at Porto and Chelsea, his firm control of the transfer market thanks to the increasing influence of Jorge Mendes, his past at the Camp Nou and his ability to crack the whip (something Rijkaard didn’t possess) made it a buyer’s market").

Il commento di Hunter è lapidario: "It was, by his standards, a towering misjudgement". Mourinho fallì clamorosamente l'esame. Ingla e Begiristain lo incontrarono dapprima separatamente e poi insieme. A un certo punto, il primo gli disse apertamente: "José, the problem we have with you is that you push the media too much. There is too much aggression. The coach is the image of the club. Three times a week, talking to the media for an hour, talking for the club, you cannot start fires everywhere, because this is against our style". Il portoghese rispose: "I know, but that is my style and I will not change", e aggiunse: "Look at van Gaal. In his first era he was mean at Barca and he was a success. The second time he became like a ‘mother’, he changed his style and he failed".

Marc Ingla i Mas, il vero "ideologo" del modello Barça
Mourinho sottovalutò l'osservazione dei dirigenti catalani. Ricorda Ingla: "Mourinho was renowned to be No.1 and he was first class at pitching himself – but he wouldn’t listen". Troppo sicuro di sé e delle sue capacità "the Portuguese didn’t hear the warning signs when told of the board’s insistence that he renounce his love of polemic. To him, it was apparently unclear which party was sitting in the power seat". La presunzione non gli fece capire con quali interlocutori aveva a che fare.

L'incontro durò tre ore complessive. Scrive Soriano: “Txiki and Marc thought that Mourinho was very well prepared", ma "both came away thinking Mourinho was not our guy. Marc said that Mourinho spoke 90% of the time and didn’t listen. He said: ‘I just don’t like him’. Txiki was a bit more rational. He said: ‘Mourinho would do well, but the number of fires he would cause internally, and with the media, are not worth it' ". Entrambi trovarono che "Mourinho's attitudes were inappropriate". Entrambi "found the Special One wanting" (che si può tradurre eufemisticamente con "lacking intelligence").

Paradossalmente va ringraziato Mourinho per aver orientato la scelta dei dirigenti verso un'altra soluzione. Senza il fallito colloquio di Lisbona, la storia del calcio non avrebbe conosciuto quella magnificente opera d'arte che è stato il Barça di Guardiola.

Non senza fondamento, osserva Ben Lyttleton - in un articolo apparso su "Sports illustrated" il 15 novembre 2012 [leggi] - che il tecnico lusitano si vendicò quando "in his first season at Real Madrid, Mourinho went to war with Barcelona, with attacks that the Catalan top brass believe was out of revenge for being overlooked for the job". In questo quadro si comprenderebbe meglio, in effetti, anche la guerriglia mediatica scatenata ai tempi della semifinale di Champions League con l'Inter nel 2010, e lo scherno vendicatorio dell'esultanza tra gli idranti alla fine della partita di ritorno al Camp Nou.

Txiki Begiristain, direttore sportivo del Barça e poi del City
Il fronte con il Barcellona e con Begiristain è rimasto aperto ovviamente. Per mesi durante la stagione 2012-2013, quando si profilava il divorzio tra José e l'ambiente del Real, la stampa ha superficialmente indicato anche il Manchester City dell'incerto Mancini tra i possibili approdi dello Special One, semplicemente sulla base delle ricchezze potenziali dello sceicco che ne è proprietario, ritenute ideali per soddisfare le sontuose campagne di mercato con cui Mourinho è uso inaugurare i suoi insediamenti nei nuovi club (memorabili restano i 25 milioni fatti spendere a Moratti per Ricardo Andrade Quaresma Bernardo). Quasi nessuno ha messo in relazione il passaggio al City, nell'ottobre 2012, di Txiki Begiristain e di Ferran Soriano con le medesime mansioni che rivestivano al Barcellona. Difficile che si siano ricreduti sull'attitudine di Mourinho a guidare una squadra senza gli eccessi di cui è ormai prigioniero il suo personaggio. Solo il "Mirror" del 5 dicembre 2012 lo ha scritto a chiare lettere: "Jose? No way! Manchester City chiefs don't want Mourinho as next manager: Blues' former Barcelona bigwigs would snub Special One - just like they did in 2008" [leggi].

Ma non è finita qui. Tutti sappiamo - perché lo ha dichiarato lui stesso più volte - che il grande sogno di Mourinho è di succedere a sir Alex Ferguson alla guida del Manchester United. Tutti hanno sottolineato le dichiarazioni al miele che ha sparso in occasione dell'ultimo confronto di Champions tra Real e United del marzo 2013. E' però molto probabile che il sogno rimanga tale. Si noterà come Ferguson non abbia mai speso una parola in tal senso. Il perché è presto detto: il vero personaggio influente nello United è l'altro sir, Bobby Charlton, il dirigente più influente presso la proprietà americana. E Charlton ha posto il veto sullo Special One. "Sir Bobby Charlton says José Mourinho would not suit Manchester United: 'He's a good coach but that is as far as I would go', says Charlton", come scriveva il Guardian del 7 dicembre 2012 [leggi]. Pare che "one of the most uncomfortable entries on an ever-lengthening charge sheet was Mourinho's gouging of the eye of Tito Vilanova, then Barcelona's assistant coach, in the 2011 Spanish Super Cup. "A United manager wouldn't do that," Charlton says". E non è certo un caso che, dopo il fallimento di Mourinho al Real, sia stata fatta passare la voce che lo United sta semmai cominciando a pensare a Jürgen Klopp come possibile successore di sir Alex [leggi].

Sirs: Bobby Charlton e Alex Ferguson (qui nel 1994)
Quando Mourinho afferma spavaldo in conferenza stampa, da ultimo il 30 aprile 2013, "Sé que en Inglaterra me quieren, eso lo sé. Sé que me quieren los aficionados y los medios me tratan de una forma distinta. Me critican, pero me dan cierto mérito cuando lo merezco. Sé que algunos clubes me quieren, sobre todo uno. Y en España hay gente que me odia. Muchos de ellos están en esta sala" [leggi], non fa che riaffermare il suo credo politico realista, la concezione schmittiana che le relazioni umane si ordinano tra amici ("amore") e nemici ("odio"), clamorosamente declamata ad Appiano Gentile il 3 marzo 2009 [vedi].

A ben vedere, la mappa futura di Mourinho è delimitata. Lo "amano" il Chelsea, l'Inter (con il cui ambiente continua a flirtare, non a caso) e, forse, il Porto e la nazionale lusitana. Lo "odiano" il Barça, il Real e, nei fatti, anche il City e lo United. Al Bayern non potrà mai andare, stante la scelta di Guardiola. Difficile anche la soluzione Juventus. Cosa rimane dunque per un allenatore del suo status? Poco altro: forse l'area "francese" del PSG e dell'Arsenal, forse i magnati russi. Forse. Il mondo che Mourinho si è costruito addosso sembra disegnare ormai una geografia molto ristretta.

[7 maggio 2013]