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Gli allenatori più vincenti della storia del FC Barcelona

Se prendiamo in considerazione gli allenatori blaugrana che, dal secondo dopoguerra, abbiano vinto almeno 4 trofei si selezionano sei santoni, che hanno collezionato complessivamente 47 degli 81 titoli della gloriosa storia del club catalano. Cinque sono noti al grande pubblico. In ordine d'apparizione: Helenio Herrera, Johan Cruyff, Louis van Gaal, Frank Rijkaard e Josep Guardiola. Meno noto, se non agli appassionati, è invece il più risalente nel tempo, Ferdinand Daučík.

Il Pep, la Pulce e le coppe
Il club ha ingaggiato finora 16 allenatori catalani, ma solo uno si è distinto nel novero ristretto dei più vincenti: Guardiola, che è il più titolato in assoluto, con 14 trofei in sole quattro, memorabili, stagioni (2008-2012): tre Ligas (2009-2011), due Champions (2009 e 2011), due Copas del Rey (2009 e 2012), due Coppe del mondo per club (2009 e 2011), due Supercoppe UEFA (2009 e 2011) e tre Supercopas de España (2009 e 2011), con l'impressionante 2009 dei sei trofei. Il Pep è anche l'unico blaugrana ad aver vinto la Champions da giocatore e da allenatore. Anche Cruyff e Rijkaard, tra gli allenatori culés, vantano lo stesso primato, ma con altre maglie da giocatori.

Tra gli stranieri è significativo il ruolo degli olandesi: quattro ne ha avuti il club, tutti vincenti. L'antenato fu Rinus Michels, il grande maestro del Totaalvoetbal che, pur avendo diretto 264 partite (3° in assoluto) in due riprese (dal 1971 al 1975 e dal 1976 al 1978), non ha vinto che due soli trofei (la Liga del 1974 e la Copa del Rey nel 1978), gettando però i semi della perdurante e ormai quarantennale identità di gioco offensivo del Barça. A raccoglierne l'eredità fu Johan Cruyff, l'allenatore con più panchine, 430 in 8 stagioni dal 1988 al 1996, passate alla storia come quelle del "dream team", e 11 titoli in bacheca - la prima grande striscia di vittorie nella storia del Barcelona: quattro edizioni consecutive della Liga (1991-1994), la prima Coppa dei Campioni del club (1992), una Coppa delle Coppe (1989), una Copa del Rey (1990), tre Supercopas de España (1991, 1992, 1994) e una Supercoppa UEFA (nel memorabile 1992). Per quattro stagioni (1997-2000 e 2002-2003) fu poi la volta di Louis van Gaal - anch'egli proveniente, come Michels e Cruyff, dalla panchina dell'Ajax - di portare avanti l'idea di gioco totale, vincendo due campionati (1998 e 1999), una Copa del Rey (1998) e una Supercoppa UEFA (1997). L'ultimo allenatore, per il momento, della filiera olandese è stato Frank Rijkaard (il secondo per numero di panchine: 273) che i tifosi culés venerano come l'allenatore che ha riconquistato la Champions (nel 2006) e che per primo ha espugnato due volte il "Santiago Bernabéu".

Parentele pedatorie: il suocero Ferdinand Daučík (centro) e il genero
Ladislao Kubala (destra). Jiri Hanke (sinistra) si fa solo fotografare con loro
Gli altri santoni stranieri più vincenti sono stati invece lo slovacco Ferdinand Daučík e l'argentino-francese Helenio Herrera. Il primo, espatriato fortunosamente, fu ingaggiato contemporaneamente al genero Ladislao Kubala nell'estate del 1950: in quattro stagioni collezionò 150 panchine, portando il Barcellona alla prima serie vincente, con due Ligas (1952 e 1953), tre Copas del Generalísimo (coppe di Spagna: 1951-1953), due Copas "Eva Duarte" (l'equivalente delle Supercoppe attuali: 1952 e 1953) e la Coppa Latina (la progenitrice della Coppa dei campioni: nel 1952). Secondo alcuni, dopo la tragica scomparsa del Grande Torino, quel Barcellona fu la squadra di club europea più forte dei primi anni 1950s. Herrera, invece, allenatore del Barcellona per quattro stagioni a distanza di tempo (1958-1960 e 1979-1981), vinse dapprima due Ligas (1959 e 1960), una Coppa di Spagna (1959) e la prima edizione della Coppa delle Fiere (1958), e poi una Copa del Rey nel 1981. Fu lui a spezzare il dominio del grande Real degli anni 1950s e 1960s.

Bilancio 2014

30 dicembre 2014

Breve bilancio del 2014 degli allenatori. L'anno solare consente di valutare conclusione e trofei della stagione passata, culminata nel Mondiale, e ripresa e avvio di quella in corso. Emergono, in questo modo, le (molte) discontinuità di rendimento e le (poche) linee di continuità. Tre nomi - a mio avviso - meritano il podio, senza gerarchie particolari: quelli di Diego Simeone, di Carlo Ancelotti e di Joachim Löw. Menzioni speciali per Louis van Gaal e Marcelo Bielsa.

Il Cholo ha vinto una Liga memorabile, certo approfittando dell'adattamento di Ancelotti al campionato spagnolo e della flessione marcata del Barcellona (a digiuno di trofei per la prima volta dal 2008). Ma è stata una vittoria di grande merito per almeno due motivi: le avversarie avevano dominato le ultime nove edizioni e i Colchoneros si sono mostrati capaci di spezzare il duopolio plutocratco; il successo è il frutto di una continuità mirabile avviata da Simeone con i trofei europei del 2012 e con la Coppa del Re nel 2013, e corroborata dalla Supercopa de España dell'estate trascorsa. Senza dimenticare il percorso eccezionale in Champions League e il trofeo sfuggito di mano solo a qualche istante dalla fine. Sarebbe stata un'apoteosi. Ma l'avvio positivo della stagione in corso, con l'attuale terzo posto in Liga (con +1 in media inglese) e il primo nel girone di qualificazione di CL, dimostra che Simeone ha trasmesso all'ambiente una mentalità vincente, nonostante l'ampio ricambio della rosa (dei finalisti di Lisbona sono partiti Courtois, Filipe Luís, Diego Costa e David Villa). La squadra ha ormai fatto propria una chiara identità di gioco, fondata sul pressing, sulla velocità del contrattacco, sulla compattezza dei reparti, di chiara derivazione sacchiana. Onore al merito.

Carletto nostro, invece, è ormai Carlo Magno per la stampa e per gli appassionati spagnoli. Ero stato un facile profeta nel pronosticare, al suo arrivo alla Casa Blanca, che avrebbe vinto la Décima [vedi]. In Italia è stato a lungo sottostimato - perlomeno fino alla scorsa primavera - ma Ancelotti ha dimostrato di essere uno dei più grandi allenatori della storia del calcio, vincendo ovunque (in Italia, in Inghilterra, in Francia, in Spagna, in futuro anche altrove, se vorrà) e accumulando un palmarès ricchissimo ad appena 55 anni. Quattro titoli in un anno al Real non li aveva vinti nessuno. Per derivazione sacchiana appartiene anch'egli alla galassia del gioco propositivo: al Milan ha affinato lo schema ad albero di Natale, ma è la duttilità il suo pregio. Soprattutto, sono la gestione dell'ambiente e la capacità di fronteggiare situazioni di tensione societaria gli elementi chiave di successo a fronte di presidenti ingombranti e impazienti. L'obiezione che è facile vincere quando hai giocatori come quelli in rosa al Real è banale quanto erronea: con un parterre analogo José Mourinho ha fallito clamorosamente gli obiettivi, diviso l'ambiente, lacerato lo spogliatoio e se ne è andato non rimpianto. Il merito che è crescentemente riconosciuto a Carlo è proprio quello di avere pacificato il madridismo con la sua pacatezza. Sul piano tattico, probabilmente sta compiendo il suo capolavoro: una mediana di trequartisti incontristi come quella che ha disposto in questa stagione non ha riscontri nella storia: è qualcosa, di per sé, di rivoluzionario nella tradizione del gioco. Vedremo quali saranno i limiti di questo XI, ma "rischiamo" di trovarci di fronte a una squadra destinata a incidere a caratteri epigrafici il proprio nome nelle tabulae.

A confronto di Simeone e Ancelotti, Joachim Löw ha statura diversa, adeguata al ruolo di commissario tecnico più che di allenatore. Ma un campionato del mondo non lo si vince senza merito, e la Germania, in Brasile, lo ha vinto partita dopo partita, non risparmiandosi sofferenze (contro l'Algeria), patemi (in finale) e splendori, come nella semifinale memorabile contro i padroni di casa. Sagace gestore di questa progressione - "good but not great", come ha scritto Brian Glanville - è stato Gioacchino Manicarrotolata: che non è un innovatore tattico ma persegue anche lui l'idea dell'iniziativa di gioco e del possesso non fine a se stesso, giovandosi dell'impianto guardioliano del Bayern e innervandolo nella tradizione atletica e podistica del calcio teutonico. I piazzamenti di eccellenza che la Nationalmannschaft ha ottenuto sotto la sua guida (1° e 3° ai Mondiali, 2° e 3° agli Europei) lo iscrivono di diritto nel "canone" dei grandi Fußballtrainer insieme a Sepp Herberger, Helmut Schön e Franz Beckenbauer. Non desterebbe stupore se dovesse centrare il podio anche a Francia 2016.

Il torneo iridato ha riproposto alla ribalta uno dei grandi santoni, Aloysius Paulus Maria "Louis" van Gaal, fedele interprete della tradizione del "calcio totale" di michelsiana memoria, che fa del lavoro collettivo, della disciplina tattica e della "mentalità aperta" il suo crisma. La duttilità tattica, la capacità di adottare i moduli più adatti alle caratteristiche dei giocatori, lo hanno reso un allenatore vincente. In carriera Re Aloysius ha conseguito risultati adamantini: ha plasmato l'ultimo Ajax vincente a livello internazionale, ha mostrato di saper vincere anche nella orangerie catalana, ha dominato in Baviera, ha fatto rivincere l'Eredivisie all'AZ Alkmaar dopo 28 anni. In più, ha voluto giocare anche una fase finale di un Mondiale. In Brasile ha dato spettacolo, confermando estro e genialità: ha inopinatamente proposto un 3-4-3 vero (con Blind e Kuyt esterni di 4), rispolverando anche le vecchie marcature ad uomo a centrocampo (visto Sneijder seguire Iniesta anche alla toilette); ha tirato fuori dal cilindro dei supplementari contro la Costa Rica il portiere para rigori Tim Krul; ha schiantato i campioni in carica e i padroni di casa; e ha finalmente condotto l'Olanda alla vittoria in una finale e a un torneo iridato senza sconfitte. Ora si è dato alla ricostruzione dello United, scavando dalle fondamenta: il cantiere è in piena attività, ancora avvolto dalla polvere, ma si cominciano a intravvedere alcuni spezzoni dell'edificio. Tra tutti l'arretramento in mediana di Wayne Rooney, che potrebbe consacrarne epicamente la caratura di giocatore "totale". Insieme all'orchestra bavarese di Guardiola - che ha suonato divinamente nella serata autunnale romana di CL - e alla máquina madridista assemblata da Ancelotti, lo United rappresenta, in prospettiva, l'attesa più densa di promesse per i "mendicanti" di bel calcio.

A riempire gli occhi e il cuore è attualmente anche l'Olympique de Marseille, inaspettatamente affidata l'estate scorsa a Marcelo Bielsa, venerabile maestro per i grandi interpreti del calcio internazionale (Pep e Cholo in testa), misconosciuta "macchietta" per il provincialismo italico. I detrattori guardano al palmarès e lo irridono, i devoti ne apprezzano la visonarietà. Nel suo Pantheon, Sacchi e Van Gaal sono i punti di riferimento espliciti nell'alveo della comune geneaologia del calcio totale e offensivo: la corsa continua e il lavoro sulla mentalità aperta dei giocatori sono le sue stelle polari: chi è stato allenato da lui lo adora senza riserve perché è, innanzitutto, un grandissimo maestro di calcio e di vita [vedi]. L'OM di quest'anno è un altro dei suoi capolavori: la rosa è la stessa che ha fallito tutto lo scorso anno, ma gioca ora un calcio bellissimo - forse il più bello a vedersi, come XI, di quest'autunno, così come lo è stato il Liverpool di Rodgers l'inverno scorso. Corsa, sovrapposizioni, contro-contrattacchi, gioco di prima, triangoli negli spazi: un calcio semplicissimo, quasi elementare, a ben vedere, ma di grande effetto. I critici fanno però osservare che l'OM ha perso proprio contro le grandi (Lyon, PSG e Monaco). Il girone di ritorno riproporrà i confronti diretti al Vélodrome, che ribolle di passione e sogna ad occhi aperti. Vedremo. Intanto diamo merito a Bielsa, e continuiamo a goderci lo spettacolo.

Se i cinque summenzionati sono stati a mio avviso i maggiori interpreti dell'annata solare, un bilancio positivo è senz'altro quello conseguito da Josep Guardiola (Meisterschale e DFB Pokal), Manuel Pellegrini (Premier e League Cup), Laurent Blanc (Ligue, Coupe de la Ligue e Trophée des Champions) e Antonio Conte (scudetto dei record e buon avvio con la Nazionale). A tutti è però mancato l'acuto in CL. Da ricordare sono anche le imprese di Unai Emery (Europa League con il Siviglia, partendo dal terzo turno preliminare, lo stesso del'Udinese per intenderci) e di Edgardo Bauza (Libertadores con il San Lorenzo). Menzione speciale per Ramón Díaz, che ha resuscitato il River Plate, portandolo alla vittoria del Final e della Copa Campeonato de Primera División.

Brendan Rodgers aveva assemblato un Liverpool bellissimo fino alla goffa scivolata di Steven Gerrard. La perdita di Suarez, un mercato non azzeccato e l'infortunio di Sturridge non spiegano però del tutto le difficoltà, innanzitutto di bel gioco, della stagione in corso. Analogamente Rudi Garcia ha smarrito per strada la bella Roma del girone d'andata della scorsa stagione. Perplessità riguardano anche Arsène Wenger, il cui grande risultato del 2014 è stato, più che la conquista della FA Cup, lo stupefacente rinnovo per altri tre anni sulla panca dei Gunners. Jürgen Klopp ha vinto ad agosto la DFL-Supercup ma il suo Borussia sembra aver perso, complici anche i molti infortuni in rosa e lo stillicidio di spoliazioni dei migliori giocatori da parte del Bayern, quella magnificenza di gioco, centrata sul Gegenpressing, che lo aveva portato ai vertici tra 2012 e 2013. Fallimentari David Moyes allo United e Gerardo Martino al Barça, e nel nostro orticello anche Walter Mazzarri all'Inter, ovviamente. Non incanta ancora Luis Enrique a Barcellona, ma ha margini di miglioramento anche se forse non di tempo. José Mourinho non vince nulla dall'estate del 2012 e dopo il fallimento di Madrid ha passato una stagione di transizione a Londra, dove pure si era ritrovato in testa alla Premier per qualche settimana. Ha però guidato un mercato estivo tra i migliori e ora si avvia a riconquistare il titolo, non senza esibirsi nel suo campo preferito: la guerriglia verbale contro tutti. Anche nei giorni di festa. Insuperabile.

Carlo nel Gotha

26 maggio 2014

Con la conquista della Champions League 2014 Carlo Ancelotti è meritatamente il personaggio calcistico di cui più si parla, soprattutto in Italia, in queste ore. Prevale, da noi, un comprensibile orgoglio provinciale a causa del declino repentino e profondo del nostro calcio a livello internazionale, e ci si aggrappa a "Carletto nostro" per illuderci di essere ancora grandi. Lo siamo stati, anche in un recente passato, e Ancelotti è proprio un testimone di quella tradizione.

24 maggio 1989, Camp Nou, Barcellona
La prima coppa
Media e social network sciorinano in queste ore anche palmarès e statistiche [vedi]. Il commento dell'interessato ne riassume la persona: "Non è che questi numeri ti garantiscono il futuro. Quando comincia la prossima stagione se perdi due partite sei già un pirla. Quindi stiamo tranquilli" [vedi]. Ma la questione è molto semplice. Con la vittoria di Lisbona Carlo si è consacrato probabilmente come il più grande allenatore di questo inizio secolo. Negli ultimi 12 anni ha vinto una CL su quattro. Negli ultimi dieci ha vinto campionati, e coppe varie, in Italia, in Inghilterra, in Francia e, a breve (la Liga), anche in Spagna. Nessuno altro può vantare una carriera analoga, vincente e di livello altissimo: Milan, Chelsea, PSG, Real Madrid. A soli 55 anni.

I confronti con Miguel Muñoz e Bob Paisley sono inevitabili. Ma anche rispetto ai venerabili santoni del secolo scorso sono almeno un paio le differenze: Muñoz e Paisley sono "monocolori", avendo vinto solo con Real e Liverpool, mentre Carlo ha vinto in quattro paesi diversi finora; e se Muñoz ha vinto come Ancelotti anche due Coppe dei campioni da giocatore, Carlo ne può vantare una in più complessivamente e soprattutto su un arco temporale molto più lungo: un quarto di secolo, dal 1989 al 2014 (vale a dire in almeno un paio di ere calcistiche), rispetto al decennio 1956-1966 dello spagnolo.

Anche rispetto agli altri giocatori che hanno poi vinto anche da allenatori la coppa dalle grandi orecchie Carlo si erge di uno o due gradi: su Johan Cruijff (Ajax 1971, 1972, 1973 e poi da coach 1992 col Barcellona) e su Frank Rijkaard (tre da giocatore - Milan 1989 e 1990 e Ajax 1995 - e una da tecnico col Barcellona nel 2006); su Giovanni Trapattoni (1963 e 1969 col Milan in campo e 1985 con la Juventus in panchina) e su Pep Guardiola (1992 in campo, 2009 e 2011 alla guida del Barcellona).

15 maggio 2010, Wembley Stadium, Londra
Tra i 29 titoli non poteva mancare
la prestigiosissima FA Cup
Appartengono a questo Gotha di grandissimi figli di Eupalla anche Franz Beckenbauer, che ha vinto anche campionati mondiali sul campo e in panchina, Mário Zagallo, il più titolato giocatore e allenatore del Sudamerica, Jupp Heynckes, campione del mondo ed europeo sul campo e detentore di due CL con squadre diverse (Real 1998 e Bayern 2013), e Vicente Del Bosque, che da giocatore ha vinto "solo" 5 campionati e 4 coppe del Rey ma che da tecnico vanta un pedigree impressionante (con, tra le altre, due CL, un Mondiale e un Europeo). Non hanno vinto nulla di significativo da giocatori ma vantano un palmarès che li erge di diritto all'empireo anche Alex Ferguson (che ha conquistato trofei internazionali anche con l'Aberdeen prima del suo lungo regno mancuniano), e Marcello Lippi, Carlos Alberto Parreira e Luiz Felipe Scolari (che hanno vinto, tutti e tre, titoli mondiali, continentali e internazionali).

Tutti gli altri stanno comunque una buona spanna sotto al Gotha, per limitarsi agli allenatori (europei) ancora attivi, e vincitori di Champions [vedi in maggiore dettaglio]: da Rafa Benítez (cinque titoli internazionali con 4 squadre diverse tra 2004 e 2013) a Louis van Gaal (cinque, di cui una sola CL, concentrati ormai tra 1992 e 1997), da José Mourinho (tre soli titoli internazionali, ma due CL con due squadre diverse) a Fabio Capello (due, ormai nel 1994), da Ottmar Hitzfeld (2 CL, tra 1997 e 2001, con due squadre diverse) a Roberto di Matteo (che è l'eccezione che conferma la regola). Di questi solo Capello può vantare qualche titolo significativo (nazionale) da giocatore. Più sotto ancora stanno gli altri: a Diego Simeone manca ormai solo la laurea in CL; altri sono in attesa di vincere qualcosa in Europa come Jürgen Klopp, Roberto Mancini, Laurent Blanc e Antonio Conte. Altri sono forse (Manuel Pellegrini) o decisamente (Arsène Wenger) sopravvalutati.

La declinazione del Gotha è ovviamente perfettibile, ed esclude in questa sede i grandi del Novecento: da Chapman a Pozzo, da Sebes a Guttmann, da Herrera a Busby, da Hogan a Rocco, da Schoen a Bearzot, da Maslov a Lobanovs'kyj, da Michels a Sacchi, per indicare solo quelli che, tra i primi, soccorrono alla mente. Ci torneremo sopra. Ma quel che volevamo significare è che il 24 maggio 2014 Carlo Ancelotti vi ha apposto il suo sigillo definitivo ai piani più alti. Compiuta l'esperienza madrilena - che non potrà essere lunghissima, per le turbolenza ambientali - gli mancherebbero solo la Bundesliga e la Nazionale. A quest'ultima aspira, legittimamente. E sarà certamente sua, dopo il 2018 o magari già dopo il 2016.

24 maggio (ancora una volta) 2014, Estadio Da Luz, Lisbona
Ormai è appesantito ma il trionfo da parte dei suoi giocatori è sentito
Resterebbe da dire della sua idea di gioco. Che ha attinto in origine ai suoi due maestri dichiarati - Nils Liedholm (zona e possesso) e Arrigo Sacchi (pressing e compattezza) - ma che poi ha fatto della duttilità (dall'iniziale 4-4-2 all'"albero di Natale") la sua vera cifra, come è nella natura della persona, pragmatica e affabile. Il capolavoro della carriera lo ha compiuto probabilmente proprio quest'anno con il Real Madrid: ha risollevato un ambiente dalle macerie lasciate dal predecessore plasmando il gioco sulle caratteristiche e sulle qualità dei giocatori, in un quotidiano lavoro di campo, mettendo insieme tante individualità in un coerente progetto di squadra. Che, bene inteso, è ancora in divenire e non è detto che possa compiersi del tutto, dal momento che il presidente del Real è un megalomane collezionista di figurine più che uno strategico costruttore di progetti. Ma anche in questo Ancelotti si è dimostrato un maestro. A differenza del predecessore, che proprio a Madrid ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità.

Azor

Vent'anni di Champions: i vincitori

11 maggio 2013

Tra gli anniversari che ricorrono nel 2013 è anche il ventennale della Champions League, la cui prima finale si tenne all'Olympiastadion di Monaco il 26 maggio 1993. Come è noto, la CL è l'erede diretta della Coppa dei Campioni, secondo un formato diverso: dapprima con due gruppi di qualificazione all'italiana di quattro squadre ciascuna al posto dei quarti di finale e delle semifinali; poi, dal 1994-1995, il varo di un nuovo format che riservava l'accesso ai soli 24 migliori campioni del continente, con una fase a gruppi in autunno e una ad eliminazione diretta in primavera; e infine, dal 1997-1998, con l'apertura non più solo ai campioni in carica ma ai migliori classificati dei principali campionati e l'adozione dei preliminari. Formula che, con qualche ritocco, è tuttora vigente.

La Coppa dei Campioni aveva indubbiamente un altro fascino, in senso etimologico (diverso, non migliore), ma anche la Champions League propone un calcio di grande emozione, come confermano le partite dei tornei degli ultimi anni. Forse solo le fasi finali (dai quarti in poi) di Mondiali ed Europei per nazioni arrivano ad eguagliarla. E' dunque, incontestabilmente, uno dei palcoscenici di vertice del calcio mondiale. Non solo le squadre e i loro campioni, ma anche gli allenatori che se la aggiudicano raggiungono l'empireo della consacrazione. Ha dunque un senso ripercorrere l'elenco dei vincitori degli ultimi vent'anni, per ragionare sul ghota europeo dei santoni in attività. In altra sede faremo lo stesso con i vincitori delle 37 edizioni della Coppa dei Campioni.

In attesa di conoscere chi sarà - tra Jupp Heynckes e Jürgen Klopp (si noti, è la prima volta che si confrontano due allenatori tedeschi) - il vincitore della 21a edizione, è possibile distinguere l'analisi in due decadi. Questo l'elenco:

2012: Roberto Di Matteo vs Jupp Heynckes | Chelsea-Bayern Monaco 1:1 ai rigori
2011: Josep Guardiola vs Alex Ferguson | Barcellona-Manchester United 3:1
2010: José Mourinho vs Louis van Gaal | Inter-Bayern Monaco 2:0
2009: Josep Guardiola vs Alex Ferguson | Barcellona-Manchester United 2:0
2008: Alex Ferguson vs Avram Grant | Manchester United-Chelsea 1:1, ai rigori
2007: Carlo Ancelotti vs Rafael Benítez | Milan-Liverpool 2:1
2006: Frank Rijkaard vs Arsène Wenger | Barcellona-Arsenal 2:1
2005: Rafael Benítez vs Carlo Ancelotti | Milan-Liverpool 3:3, ai rigori
2004: José Mourinho vs Didier Deschamps | Porto-Monaco 3:0
2003: Carlo Ancelotti vs Marcello Lippi | Milan-Juventus 0:0, ai rigori

2002: Vicente Del Bosque vs Klaus Toppmöller | Real Madrid-Bayer Leverkusen 2:1
2001: Ottmar Hitzfeld vs Héctor Cúper | Bayern Monaco-Valencia 1:1, ai rigori
2000: Vicente Del Bosque vs Héctor Cúper | Real Madrid-Valencia 3:0
1999: Alex Ferguson vs Ottmar Hitzfeld | Manchester United-Bayern Monaco 2:1
1998: Jupp Heynckes vs Marcello Lippi | Real Madrid-Juventus 1:0
1997: Ottmar Hitzfeld vs Marcello Lippi | Borussia Dortmund-Juventus 3:1
1996: Marcello Lippi vs Louis van Gaal | Juventus-Ajax 1:1, ai rigori
1995: Louis van Gaal vs Fabio Capello | Ajax-Milan 1:0
1994: Fabio Capello vs Johan Cruijff | Milan-Barcellona 4:0
1993: Raymond Goethals vs Fabio Capello | Olympique Marsiglia-Milan 1:0

Le finali sono 20, e dunque 40 le panchine. Ma gli allenatori che vi si sono seduti sono solo 20: una ristretta élite (nella quale ora si affaccia anche Klopp).

Il primo vincitore della Champions League: Raymond Goethals
Due terzi di loro (13) hanno partecipato a più di una finale. Un terzo quelli che se ne sono "giocata" una sola: tre l'hanno vinta (Rijkaard e Di Matteo, e Goethals, che però aveva perso una CdC nel 1991), quattro no (Toppmöller, Deschamps, Wenger, Grant). Sfortunato (o meno abile) Cúper: 2 partecipazioni e 2 sconfitte.

Tra chi vanta due partecipazioni, Benitez ha perso una finale, mentre gli altri hanno fatto doppietta (Del Bosque, Mourinho e Guardiola). Heynkes ha ormai tre partecipazioni (se contiamo quella a venire del 2013), ma ha finora lo stesso score di Benitez: 1 vinta e 1 persa. Nessuno degli allenatori con tre finali nel paniere le ha però vinte tutte: due Hitzfeld e Ancelotti; una sola invece Capello e Van Gaal. I satrapi, con quattro finali sono solo Lippi e Ferguson, ma sir Alex ne ha vinte due, mentre Lippi una sola (ai rigori, ed è l'allenatore che ne ha perse più di tutti).

Ad aver vinto due coppe con squadre diverse sono Hitzfeld (che ha però 3 finali in bacheca) e Mourinho; mentre Ferguson (4 finali), Ancelotti (3), Del Bosque e Guardiola hanno fatto doppietta con la stessa squadra. Una sola vittoria annoverano Goethals, Capello, van Gaal, Lippi, Heynckes, Benítez, Rijkaard e Di Matteo. Va detto che Cruijff, finalista una volta, aveva vinto la CdC nel 1992, così come, tra gli allenatori ancora in attività, l'hanno vinta una volta anche Giovanni Trapattoni nel 1985 e Guus Hiddink nel 1988. Come è finora accaduto per le squadre, nessun allenatore ha mai vinto consecutivamente due volte la coppa.

Se si osserva con attenzione la tabella si individuano dei cicli brevi - Capello 1993-1995, Cúper 2000-2001, Del Bosque 2000-2002, Benitez 2005-2007, Guardiola 2009-2011 -, dei cicli di durata intermedia - Lippi 1996-2003, Hitzfeld 1997-2001, Mourinho 2004-2010, Ancelotti 2003-2007 -, e dei compassi temporali lunghi: van Gaal 1995-2010, Heynkes 1998-2013 e Ferguson 1999-2011.

Si può anche rilevare come alcuni allenatori vincenti della prima decade siano poi diventati anche campioni del mondo con le rispettive nazionali - come Lippi e Del Bosque - o siano comunque passati ad allenarle, come Capello e van Gaal. Vedremo chi tra gli allenatori della seconda decade sarà capace di compiere anche questo passaggio di scala: Mourinho? Guardiola? Ancelotti?

Sir Alex Ferguson - il più bravo di tutti - la sera del "Football, bloody hell"
Difficile dire chi sia stato il migliore allenatore dei primi vent'anni di Champions. Si distingue comunque un'élite più ristretta di una decina di santoni. Se attribuissimo 2,5 punti alla vittoria, 2 a quella ai rigori, 1,5 alla sconfitta ai rigori e 1 al semplice approdo alla finale, questa sarebbe la classifica - non dei migliori ma dei più bravi in questo contesto: Ferguson 6,5, Ancelotti 6, Hitzfeld e Lippi 5,5, Del Bosque, Mourinho, Guardiola e Van Gaal 5, Capello 4,5. Computando anche la prossima finale (2013) Heynkes ha già 5 punti virtuali e 6,5 potenziali: e dunque può raggiungere al top sir Alex. Tre italiani, due spagnoli, due tedeschi, uno scozzese, un portoghese e un olandese. Questo il gotha. Da cui manca - forse non per caso - un manager inglese.