Visualizzazione post con etichetta Sacchi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sacchi. Mostra tutti i post

Arrigo Sacchi

"Ci sono stati tecnici migliori di Sacchi, a partire da Capello e Lippi, ma nessuno è stato filosoficamente importante come Sacchi. Gli altri hanno vinto anche di più, Sacchi ha cambiato il calcio, ha ribaltato il gioco e la sua mentalità"
(Mario Sconcerti)


Arrigo Sacchi (Fusignano, 1º aprile 1946)
Wikipedia | Treccani | Maglia rossonera | Storie di calcioThe Equaliser | Sulla panca azzurra

Mario Sconcerti
Sacchi aveva il nerbo e la rapidità degli innovatori. Non ha inventato mai niente. C’era già tutto prima di lui, la zona, le ripartenze, l’aggressione agli spazi. Si chiamavano in altro modo ma esistevano già. Sacchi inventò altre cose. Il ritmo del calcio, un nuovo metodo di lavoro. L’allenamento forsennato, la teoria del sacrificio ad ogni costo. Che andava adattata, normalizzata, ma già era sconvolgente. Sacchi portò il nostro calcio nella modernità, ne fece, quasi involontariamente, qualcosa pronto per diventare un fenomeno industriale. Infatti il suo vero avversario non fu un altro tecnico, ma Diego Armando Maradona, il calcio patriarcale che rappresentava, il talento che se ne frega del metodo e invita tutti a seguirlo per allegria. Chi abbia vinto è difficile dire e anche poco importante. Importante è rappresentare qualcosa, saperla fare. Tocca agli altri scegliere. Sacchi faceva muovere le sue squadre come fossero le migrazioni di un popolo. Le vedevi ripartire ogni volta e allargarsi rapide come uno sciame d’api. Gli avversari stretti contro le fasce laterali, stremati, stupiti, battuti. Alla fine degli anni Ottanta, con tanto calcio olandese negli occhi e tanto calcio italiano da dimenticare, il suo Milan fu uno spettacolo straordinario.

Gianni Brera
Arrigo Sacchi è un' anima ispirata e spesso attraversata. La sua crociata ha avuto come obiettivo il superamento del calcio all'italiana, dunque dell'indole e delle possibilità atletiche degli stessi connazionali suoi. Anche lui riecheggia il dottor Pedata Bernardini, affermando fieramente che una squadra degna di questo nome deve imporre il proprio gioco, cioè prendere subito l'iniziativa e rischiare in proporzione. Secondo queste fervide menti, aspettare al varco gli avversari e sorprenderli in spazi più comodi non è imporre il proprio gioco. Per quali sottili argomentazioni arrivino a queste sciocchezze io non ho ancora capito. So che è bello ed esaltante vedere uno squadrone prendere subito in mano le redini del gioco e imporre la propria forza agli avversari: ma la sola valida forza degli italiani risiede nell' astuzia di mostrarsi modesti e nell' invitare gli avversari a sbilanciarsi nella convinzione di essere superiori.

Gli allenatori più vincenti della storia del Real Madrid Club de Fútbol

Se prendiamo in considerazione gli allenatori blancos che, dal secondo dopoguerra, abbiano vinto almeno 4 trofei si selezionano sei santoni, che hanno collezionato complessivamente 45 degli 80 titoli della gloriosa storia del club castigliano. In ordine d'apparizione: José Villalonga, Miguel Muñoz, Luis Molowny, Leo Beenhakker, Vicente del Bosque e Carlo Ancelotti. Se i più recenti sono figure note, i più risalenti sono conosciuti soprattutto dagli appassionati.

Due "monumenti" del Real: don Santiago Bernabeu e Miguel Muñoz
A differenza del Barcelona, che deve le sue serie di vittorie soprattutto ad allenatori stranieri, il Real ha fondato le proprie su tecnici spagnoli. Ad avviare l'epopea del grande Real - l'XI di Alfredo Di Stéfano, Francisco Gento e tanti altri campioni - fu il giovanissimo José Villalonga Llorente, militare di professione, chiamato da Santiago Bernabéu a guidare el Madrid nel 1954: in tre stagioni vinse due Ligas (1955 e 1957), due Coppe latine (1955 e 1957) e, soprattutto, le prime due edizioni della Coppa dei campioni (1956 e 1957), della quale rimane a tutt'oggi il più giovane allenatore ad averla vinta (a soli 36 anni). Sotto la sua guida la nazionale spagnola vinse l'Europeo del 1964.

A diventare il più longevo e più titolato entrenador della storia del Real fu invece il capitano dell'XI che si era aggiudicato le prime Coppe dei campioni, Miguel Muñoz Mozún: 347 partite e 8 titoli da giocatore e 424 partite e 14 titoli come allenatore delle merengues nelle 14 stagioni, dal 1960 al 1974, in cui vinse nove campionati, due Coppe dei campioni (1960 e 1966), due Coppe di Spagna (1962 e 1970) e la prima edizione della Coppa Intercontinentale nel 1960. Muñoz è uno dei "monumenti" del Real Madrid, insieme ad Alfredo Di Stéfano (17 titoli come giocatore ma solo uno come allenatore).

A sostituire Muñoz fu chiamato Luis Molowny Arbelo, anch'egli membro dell'XI che vinse le prime due coppe dei campioni merengues. Tra il 1974 e il 1986 Molowny fu a più riprese l'allenatore della prima squadra, intervallato da altri tecnici, collezionando 122 panchine (4° assoluto) e vincendo ben 8 titoli (2° assoluto): tre campionati (1978, 1979 e 1986), una coppa di Spagna (1975), una Copa de la Liga (1985) e le uniche due Coppe UEFA conquistate dai Blancos (1985 e 1986).

Successore di Molowny fu l'olandese Leo Beenhakker che in tre stagioni, tra 1986 e 1989, vinse tre campionati consecutivi (1987-1989), una Copa del Rey (1989) e due Supercopas de España (1988 e 1989), con la "Quinta del Buitre", ma fallì nelle competizioni europee (subendo anche l'umiliante 0:5, a San Siro, dal Milan di Sacchi, sempre nel 1989). Beenhakker è l'unico dei grandi santoni del Madrid a non poter vantare un titolo internazionale.

L'impresario ed el marqués: due stili incompatibili
Viceversa, Vicente del Bosque González vanta il curioso record di essere sempre subentrato a stagione avanzata nelle tre volte (1994, 1996 e 1999) in cui fu chiamato a sedere sulla panca merengue provenendo dalle squadre B e giovanili. La terza fu confermato per quattro stagioni (1999-2003), in cui vinse tutto: due campionati, due Champions League, una Supercopa de España, una Supercoppa UEFA e una Coppa Intercontinentale. Ritenuto dal presidente Florentino Pérez inadeguato, per profilo e idee di gioco, a gestire l'ensemble dei cosiddetti "Galácticos" ("Es muy tradicional. Buscamos algo más moderno" fu l'infausta giustificazione: vedi) non gli fu rinnovato il contratto. Con la conseguenza che el marqués de Del Bosque conquistò poi un Mondiale e un Europeo, consacrandosi come uno dei più grandi allenatori della storia del football, mentre il Real non vinse più nulla a livello internazionale per oltre un decennio, nonostante lo sciupio di risorse e la girandola di 11 allenatori (alcuni improbabili) macinati in dieci stagioni, soggiacendo anzi al dominio universale del Barcellona.

Si deve a Carlo Ancelotti il ritorno ai fasti, in una sola stagione e mezza, con il record storico, per il Real, di quattro "tituli" in un solo anno solare, il 2014: la décima Copa de Europa (oltretutto a spese dell'Atlético), la Supercoppa UEFA, la Coppa del mondo per club FIFA e la Supercopa de España. Mancano all'appello solo la Liga e la Copa del Rey: vedremo se, almeno questa volta, Florentino Pérez avrà la pazienza di aspettare ...

Il taccuino di Gusztáv

Le annotazioni sui singoli giocatori della nazionale inglese
Con qualche enfasi, il portavoce della Puskás Ferenc Labdarúgó Akadémia di Felcsút, Gyorgy Szollosi, ha annunciato nel giorno del 60° anniversario del Match of the century [vedi] l'acquisizione, da un collezionista privato, del taccuino con gli appunti tattici di preparazione della partita contro gli inglesi stesi dal commissario tecnico dell'Aranycsapat, Gusztáv Sebes: "If soccer was fine art, this would be like finding an unknown painting by Leonardo Da Vinci" [vedi].

L'enfasi è forse un filo esagerata, ma il documento è davvero di straordinario rilievo. In realtà la notizia è vecchia: l'Accademia Puskás l'aveva già annunciata un anno fa, indicando il taccuino - la cui esistenza era peraltro nota (ne parla anche Jonathan Wilson in Inverting the pyramid, del 2008, a p. 92) - come una "lélegzetelállító relik" (una "reliquia mozzafiato") [vedi]. Che di reliquia si tratti non c'è dubbio alcuno. Per più motivi. Il giornalismo senza memoria ha esaltato come una innovazione clamorosa il "libro mastro" che José Mourinho scrive da anni annotandovi riflessioni e appunti sulle partite viste, su quelle da preparare e su quelle giocate. In realtà già di Helenio Herrera si era celebrata, al tempo, come base del suo sciamanesimo, la stesura di quaderni di appunti fittissimi, ora parzialmente editi [vedi]. Adesso si "scopre" che anche Gusztáv Sebes annotava appunti e riflessioni. Più semplicemente, i grandi allenatori del passato hanno usato tutti, chi più chi meno, la scrittura come esercizio di riflessione e come strumento di memoria.

25 novembre 1953, Empire Stadium, Wembley
La panchina della nazionale ungherese: Gusztáv Sebes è l'unico col cappello
Viene da chiedersi se lo abbia fatto anche sir Walter Winterbottom, l'allenatore dei Leoni inglesi nell'epoca del tramonto della loro aura di maestri. Comprensibilmente Jonathan Wilson prova a distribuire anche sui giocatori che Winterbottom ebbe a disposizione, sui loro limiti tecnici e sull'età avanzata di molti (a cominciare da Stanley Matthews), la responsabilità del declino che si manifestò clamorosamente tra il 1950 (eliminazione dal Mondiale, al primo turno, per piede degli USA) e il 1953-1954 (abissali sconfitte dai Mighty Magyars) [vedi]. La testimonianza di Gianni Brera mostra però come l'allenatore degli inglesi preparò il test match contro la nazionale ungherese - che arrivava a Londra fresca di alloro olimpico e forte di una striscia lunghissima di imbattibilità - sottovalutando (e forse nemmeno conoscendo) le caratteristiche tattiche e tecniche degli avversari.

Come ricordò Mario Fossati nel commemorare su "La Repubblica" la morte di Nandor Hidegkuti nel 2002, la vigilia della partita Brera aveva incontrato Winterbottom, insieme con il corrispondente della "Gazzetta dello Sport", Carlo Ricono: "Brera chiese, dunque, a Winterbottom come intendesse fronteggiare il modulo ungherese, detto ad M. L'intervista di Gianni ha fatto storia. Brera: «Signor Winterbottom, manderà lo stopper centrale dietro al finto centravanti Hidegkuti? Marcherà, i due reali centravanti Puskas e Kocsis coi due mediani centrocampisti?». Winterbottom: «Il nostro stopper seguirà Hidegkuti fin quando lo riterrà opportuno». Domani, disse Brera a Ricono, gli inglesi ne buscheranno sei. Brera titolò, in merito, sul giornale. L'indomani, calcio d'avvio a Wembley: «Hidegkuti fa rotolare la palla a Puskas: il "colonnello" gliela ridà e scatta in linea con Kocsis. Le ali ungheresi si tengono in linea di conserva. Lo stopper inglese viene avanti per incontrare Hidegkuti: ma questi è troppo arretrato: allora fa "backpedalling": avanza intanto Hidegkuti lasciando capire che da un istante all'altro rifinirà per qualcuno. Lo stopper inglese aspetta con tutti i compagni del reparto arretrato. Hidegkuti arriva a sei-sette metri dal limite e spara un destro né molle né ciclopico: la palla vola ingannevole fino all'angolino alto alla destra del portiere e spiove in rete. Sono trascorsi 25 secondi: ho dunque impiegato più tempo io a raccontare questa squisitezza!»" [vedi].

La copertina del taccuino di Sebes
Che gli inglesi, a cominciare dai giocatori e dal loro tecnico, avessero affrontato il match con l'abituale superiority complex è confermato da qualche ulteriore dettaglio. Incrociato durante il riscaldamento prima della partita nei corridoi dell'Empire Stadium Ferenc Puskás, pare che un giocatore inglese riferì agli altri, al ritorno nello spogliatoio, che tra gli avversari giocava anche un "fat little chap", un "tappo cicciottello" (certo dall'addome protruso, ma che proprio grazie al suo baricentro basso segnò il terzo gol dei magiari con un capolavoro memorabile [vedi]). Il capitano Billy Wright entrò in campo sfoderando un ghigno destinato a trasformarsi, a fine partita, "in una smorfia di dolore e di abbattimento che faceva compassione" (come scrisse l'inviato de "L'Unità" [vedi]). Lo stesso Wright fece notare ai compagni di squadra le scarpe dal collo basso calzate dagli avversari, ritenendole inadeguate, rispetto alle proprie, al pitch pesante di Wembley. Anni dopo ammise che "we completely underestimated the advances that Hungary had made, and not only tactically. When we walked out at Wembley that afternoon, side by side with the visiting team, I looked down and noticed that the Hungarians had on these strange, lightweight boots, cut away like slippers under the ankle bone. I turned to big Stan Mortensen and said, 'We should be alright here, Stan, they haven't got the proper kit' " [vedi].

Non si sa se Winterbottom si recò a vedere giocare l'Ungheria nelle amichevoli disputate a Vienna l'11 ottobre 1953 contro l'Austria (e vinta per 3:2), e a Budapest il 15 novembre 1953 contro la Svezia (un faticoso pareggio per 2:2). Sicuramente Gusztáv Sebes fu a Londra per vedere dal vivo il 21 ottobre 1953 la nazionale inglese giocare contro il Resto d'Europa un altro match di lusso, organizzato per celebrare il 90° anniversario della fondazione della Football Association: gli inglesi subirono il gioco di qualità di una formazione eterogenea, messa insieme all'ultima ora (nella quale figuravano Ernst Ocwirk, Giampiero Boniperti, Ladislav Kubala e Gunnar Nordahl), e rincorsero sempre il risultato, pareggiando infine (4:4) grazie a un rigore molto generosamente concesso dal compiacente referee gallese Mervyn Griffiths per non rovinare la festa e l'imbattibilità dei padroni di casa.

Il taccuino fu annotato da Sebes proprio nel periodo a cavallo di quella partita. I primi appunti risalgono a un paio di settimane prima. Sulla copertina del quadernuccio - simile a quelli scolastici, anche se a pagine bianche - probabilmente l'autore stesso ne appuntò, sotto il proprio nome, il contenuto sotto il titolo "Il piano tattico per la partita di Londra". Il taccuino è stato trascritto e parzialmente edito sul n° di novembre 2013 di "FourFourTwo" (edizione ungherese), ma non ancora tradotto in altre lingue (se mai lo sarà). Da quanto è filtrato nelle notizie di agenzia [vedi], possiamo però farcene un'idea precisa. Gli appunti di Sebes appaiono fondati quanto affilati. A giochi fatti, li fece poi propri anche la critica internazionale nei giorni successivi alla partita del 25 novembre 1953.

Le annotazioni per i giocatori della nazionale magiara
Sebes osservò come "gli inglesi giochino contro le squadre europee quasi allo stesso modo in cui lo facevano vent'anni fa": tendendo ad attaccare con i lanci lunghi e a difendere senza precisione. Più fine l'annotazione che, all'inizio delle partite, "l'Inghilterra non mostra paura e detta un gran ritmo, giocando con uno stile di passaggi corti", col risultato però che "con il ritmo alto e con la rete di passaggi, gli inglesi cominciano a stancarsi dopo circa mezz'ora". Sui singoli, le note sono impietose: "Alf Ramsey è lento, si stanca presto, ma colpisce bene la palla ed è bravo nei calci di punizione". Stanley Matthews? "Tecnicamente è il miglior inglese, ma niente di speciale. Gli piace dribblare verso l'esterno". Jackie Sewell, invece "è tarchiato e scarso" ...

All'epoca gli allenatori non disponevano di videoregistrazioni. Sebes preparò la partita facendo impersonare a giocatori del campionato ungherese i membri della squadra inglese, in modo che i nazionali magiari potessero immaginarseli dal vivo e non solo a parole. Due settimane prima della partita ordinò dei palloni inglesi, che erano più pesanti di quelli che si usavano abitualmente in Ungheria, in modo che i giocatori si abituassero a giocare con essi; utilizzò anche un campo di gioco d'allenamento delle stesse dimensioni di quello di Wembley. In breve, Gusztáv Sebes precorse la cura dei dettagli e i metodi di preparazione che ora sono il pane quotidiano anche degli allenatori delle serie inferiori. Allora, però, l'allenatore di Budapest era all'avanguardia non solo dal punto di vista delle idee di gioco. Nelle quali - come è noto - predicò un modello di "calcio socialista", dove ogni giocatore avesse lo stesso peso nella squadra e fosse capace di giocare in ogni posizione. "Giocavamo a calcio come Jimmy Hogan ci aveva insegnato" riconobbe sempre Sebes [vedi]. Chi voglia rivedere i filmati delle partite dell'Aranycsapat [vedi] potrà constatare la modernità del gioco di quella squadra. Antesignana del "calcio totale" sviluppato poi, generazione dopo generazione, da Rinus Michels, Arrigo Sacchi, Louis van Gaal e Josep Guardiola.

Azor

Carlo nel Gotha

26 maggio 2014

Con la conquista della Champions League 2014 Carlo Ancelotti è meritatamente il personaggio calcistico di cui più si parla, soprattutto in Italia, in queste ore. Prevale, da noi, un comprensibile orgoglio provinciale a causa del declino repentino e profondo del nostro calcio a livello internazionale, e ci si aggrappa a "Carletto nostro" per illuderci di essere ancora grandi. Lo siamo stati, anche in un recente passato, e Ancelotti è proprio un testimone di quella tradizione.

24 maggio 1989, Camp Nou, Barcellona
La prima coppa
Media e social network sciorinano in queste ore anche palmarès e statistiche [vedi]. Il commento dell'interessato ne riassume la persona: "Non è che questi numeri ti garantiscono il futuro. Quando comincia la prossima stagione se perdi due partite sei già un pirla. Quindi stiamo tranquilli" [vedi]. Ma la questione è molto semplice. Con la vittoria di Lisbona Carlo si è consacrato probabilmente come il più grande allenatore di questo inizio secolo. Negli ultimi 12 anni ha vinto una CL su quattro. Negli ultimi dieci ha vinto campionati, e coppe varie, in Italia, in Inghilterra, in Francia e, a breve (la Liga), anche in Spagna. Nessuno altro può vantare una carriera analoga, vincente e di livello altissimo: Milan, Chelsea, PSG, Real Madrid. A soli 55 anni.

I confronti con Miguel Muñoz e Bob Paisley sono inevitabili. Ma anche rispetto ai venerabili santoni del secolo scorso sono almeno un paio le differenze: Muñoz e Paisley sono "monocolori", avendo vinto solo con Real e Liverpool, mentre Carlo ha vinto in quattro paesi diversi finora; e se Muñoz ha vinto come Ancelotti anche due Coppe dei campioni da giocatore, Carlo ne può vantare una in più complessivamente e soprattutto su un arco temporale molto più lungo: un quarto di secolo, dal 1989 al 2014 (vale a dire in almeno un paio di ere calcistiche), rispetto al decennio 1956-1966 dello spagnolo.

Anche rispetto agli altri giocatori che hanno poi vinto anche da allenatori la coppa dalle grandi orecchie Carlo si erge di uno o due gradi: su Johan Cruijff (Ajax 1971, 1972, 1973 e poi da coach 1992 col Barcellona) e su Frank Rijkaard (tre da giocatore - Milan 1989 e 1990 e Ajax 1995 - e una da tecnico col Barcellona nel 2006); su Giovanni Trapattoni (1963 e 1969 col Milan in campo e 1985 con la Juventus in panchina) e su Pep Guardiola (1992 in campo, 2009 e 2011 alla guida del Barcellona).

15 maggio 2010, Wembley Stadium, Londra
Tra i 29 titoli non poteva mancare
la prestigiosissima FA Cup
Appartengono a questo Gotha di grandissimi figli di Eupalla anche Franz Beckenbauer, che ha vinto anche campionati mondiali sul campo e in panchina, Mário Zagallo, il più titolato giocatore e allenatore del Sudamerica, Jupp Heynckes, campione del mondo ed europeo sul campo e detentore di due CL con squadre diverse (Real 1998 e Bayern 2013), e Vicente Del Bosque, che da giocatore ha vinto "solo" 5 campionati e 4 coppe del Rey ma che da tecnico vanta un pedigree impressionante (con, tra le altre, due CL, un Mondiale e un Europeo). Non hanno vinto nulla di significativo da giocatori ma vantano un palmarès che li erge di diritto all'empireo anche Alex Ferguson (che ha conquistato trofei internazionali anche con l'Aberdeen prima del suo lungo regno mancuniano), e Marcello Lippi, Carlos Alberto Parreira e Luiz Felipe Scolari (che hanno vinto, tutti e tre, titoli mondiali, continentali e internazionali).

Tutti gli altri stanno comunque una buona spanna sotto al Gotha, per limitarsi agli allenatori (europei) ancora attivi, e vincitori di Champions [vedi in maggiore dettaglio]: da Rafa Benítez (cinque titoli internazionali con 4 squadre diverse tra 2004 e 2013) a Louis van Gaal (cinque, di cui una sola CL, concentrati ormai tra 1992 e 1997), da José Mourinho (tre soli titoli internazionali, ma due CL con due squadre diverse) a Fabio Capello (due, ormai nel 1994), da Ottmar Hitzfeld (2 CL, tra 1997 e 2001, con due squadre diverse) a Roberto di Matteo (che è l'eccezione che conferma la regola). Di questi solo Capello può vantare qualche titolo significativo (nazionale) da giocatore. Più sotto ancora stanno gli altri: a Diego Simeone manca ormai solo la laurea in CL; altri sono in attesa di vincere qualcosa in Europa come Jürgen Klopp, Roberto Mancini, Laurent Blanc e Antonio Conte. Altri sono forse (Manuel Pellegrini) o decisamente (Arsène Wenger) sopravvalutati.

La declinazione del Gotha è ovviamente perfettibile, ed esclude in questa sede i grandi del Novecento: da Chapman a Pozzo, da Sebes a Guttmann, da Herrera a Busby, da Hogan a Rocco, da Schoen a Bearzot, da Maslov a Lobanovs'kyj, da Michels a Sacchi, per indicare solo quelli che, tra i primi, soccorrono alla mente. Ci torneremo sopra. Ma quel che volevamo significare è che il 24 maggio 2014 Carlo Ancelotti vi ha apposto il suo sigillo definitivo ai piani più alti. Compiuta l'esperienza madrilena - che non potrà essere lunghissima, per le turbolenza ambientali - gli mancherebbero solo la Bundesliga e la Nazionale. A quest'ultima aspira, legittimamente. E sarà certamente sua, dopo il 2018 o magari già dopo il 2016.

24 maggio (ancora una volta) 2014, Estadio Da Luz, Lisbona
Ormai è appesantito ma il trionfo da parte dei suoi giocatori è sentito
Resterebbe da dire della sua idea di gioco. Che ha attinto in origine ai suoi due maestri dichiarati - Nils Liedholm (zona e possesso) e Arrigo Sacchi (pressing e compattezza) - ma che poi ha fatto della duttilità (dall'iniziale 4-4-2 all'"albero di Natale") la sua vera cifra, come è nella natura della persona, pragmatica e affabile. Il capolavoro della carriera lo ha compiuto probabilmente proprio quest'anno con il Real Madrid: ha risollevato un ambiente dalle macerie lasciate dal predecessore plasmando il gioco sulle caratteristiche e sulle qualità dei giocatori, in un quotidiano lavoro di campo, mettendo insieme tante individualità in un coerente progetto di squadra. Che, bene inteso, è ancora in divenire e non è detto che possa compiersi del tutto, dal momento che il presidente del Real è un megalomane collezionista di figurine più che uno strategico costruttore di progetti. Ma anche in questo Ancelotti si è dimostrato un maestro. A differenza del predecessore, che proprio a Madrid ha mostrato tutti i suoi limiti e le sue fragilità.

Azor